Poltrona negata a Mancuso, Pm bocciato dal Tar

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di Clemente Pistilli

Prima la condanna da parte del Csm e ora il ricorso dichiarato irricevibile dal Tar. La poltrona di procuratore capo di Napoli ha portato più grane che gloria a Paolo Mancuso, magistrato al timone dell’ufficio giudiziario di Nola. Non solo l’inquirente non è riuscito a mettersi al timone della Procura del capoluogo campano, ma si è trovato anche con una sanzione pesante per la sua carriera e l’ultima speranza, quella che i giudici amministrativi ribaltassero tutto, delusa. E se per Palazzo dei marescialli Mancuso ha commesso scorrettezze, cercando una spintarella politica, per il Tar del Lazio ha addirittura sbagliato a fare ricorso. Sconfitto su tutta la linea.

Intercettato
Il procuratore capo di Nola, due anni fa, finì all’interno delle intercettazioni che stava compiendo la Dia, nell’ambito delle indagini sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Gli investigatori captarono una telefonata tra il magistrato e il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno, in cui si parlava dell’incarico da procuratore a Napoli che doveva assegnare il Csm. Gli investigatori ricostruirono una serie di contatti finalizzati a far intercedere il generale Mario Mori presso l’onorevole Maurizio Gasparri, affinché convincesse il componente laico del Consiglio superiore della magistratura, Annibale Marini, a votare a favore di Mancuso, che aspirava alla massima poltrona dell’ufficio giudiziario partenopeo. Dalla Sicilia gli atti vennero spediti a Roma, alla Procura generale presso la Cassazione e al guardasigilli Paola Severino. La vicenda divenne di dominio pubblico e per Mancuso venne aperto un procedimento disciplinare.

Processato dai colleghi
La candidatura del procuratore di Nola venne ritirata e per dirigere l’ufficio di Napoli venne scelto l’altro principale candidato, Giovanni Colangelo. Il magistrato intercettato finì accusato di aver “violato i doveri di correttezza e di riserbo”, utilizzando “le proprie qualità di procuratore della Repubblica di Nola, candidato a dirigere l’ufficio di Napoli, “per conseguire un vantaggio ingiusto e per condizionare l’esercizio delle funzioni concernenti il conferimento degli incarichi direttivi che la Costituzione attribuisce al Csm”. Una condotta bollata come “gravemente lesiva del prestigio della magistratura e dello stesso organo di autogoverno”. Il procuratore si è difeso, sostenendo di non aver chiesto aiuti a nessuno e che altri si erano offerti senza che poi fosse stata fatta alcuna raccomandazione. Ma il Csm lo ha condannato alla sanzione della censura.

Sconfitta bis
Mancuso alla poltrona di procuratore capo di Napoli ci teneva davvero. Nonostante le grane avute dopo l’intercettazione della Dia, il magistrato aveva così fatto ricorso al Tar del Lazio, chiedendo l’annullamento del provvedimento del 2 maggio 2012, con cui il Plenum del Csm ha attribuito l’incarico nel capoluogo campano a Colangelo. Niente da fare. Al numero uno degli inquirenti di Nola dai giudici amministrativi è ora arrivata l’ennesima doccia fredda. Il Tar ha appurato che Mancuso ha sbagliato a notificare il ricorso a Colangelo e il ricorso è stato così cestinato, condannando il magistrato anche a pagare 3.500 euro di spese.

 

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