Porti italiani, un mare di sprechi

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Di Carmine Gazzanni

Commissari nominati in modo discrezionale, conti che non tornano, consulenze a iosa, organici più grandi di quanto si dovrebbe, stipendi stellari e, di contro, una montagna di soldi pubblici da gestire. Ecco in estrema sintesi il mondo delle autorità portuali. Un mondo in cui, tra silenzi, poca trasparenza e leggi disapplicate, a trovare spazio e a godere del caos sono, in molti casi, amici di turno ed ex politici. Quello che sembra, in altre parole, è che ognuno faccia un po’ come vuole. Un’arbitrarietà ingiustificata e disarmante da cui, inevitabilmente, sono nati sprechi altrettanto incredibili. Basti questo: già nel ’94, quando si decise di creare tali strutture, si pensò a 19 autorità. Poi, pian piano, sono aumentate ed oggi se ne contano 24. Non solo. In alcuni casi sono nate come funghi, senza il benché minimo rispetto della legge che, invece, avrebbe previsto la verifica di alcuni requisiti (ad esempio, il volume di traffico di merci) da parte del ministero dei Trasporti. Una verifica legittima, che però non è valsa per tutti. Per dire: a Manfredonia è stata istituita l’autorità semplicemente tramite un piccolo comma nella legge di stabilità del 2004, aggirando dunque il ministero.

Tasche piene
Le leggi, insomma, contano e non contano. Anche per la nomina dei presidenti: lo stesso provvedimento del ’94 stabilisce infatti che le amministrazioni locali, di comune accordo, forniscano al ministero una terna di nomi “di esperti di massima e comprovata qualificazione professionale nei settori dell’economia dei trasporti e portuale”, tre mesi prima della scadenza del mandato del presidente uscente. Il ministero, poi, a sua volta propone un nome tra i tre che viene votato (e, di solito, approvato) in commissione. Un iter piuttosto lineare. Peccato però che negli ultimi mesi, nonostante siano arrivate al ministero le terne, Maurizio Lupi ha preferito ricorrere ai commissari. E, oggi, sono ben nove le autorità portuali commissariate. E, come se non bastasse, alla prima disapplicazione ne segue immediatamente un’altra. Ancora una volta è la legge a parlare chiaro: per la presidenza mandato di quattro anni e massimo una riconferma. Cosa succede invece? Che a Bari Francesco Palmiro Mariani è alla presidenza dal 2005 e l’incarico scadrà il prossimo 2015. Il motivo? Dopo il primo mandato è diventato commissario per poi tornare ad essere presidente. Stesso dicasi per il porto di Gioia Tauro: Giovanni Grimaldi avrebbe dovuto lasciare la presidenza quest’anno dopo gli otto anni massimi di mandato, ma è stato prontamente nominato commissario per altri sei mesi. A Piombino, ancora, troviamo Luciano Guerrieri, ex presidente e oggi commissario, nei fatti in sella dal 2005. Mandati ininterrotti, dunque, che riempiono e non poco le tasche di presidenti e commissari. LaNotizia ha visionato le diverse relazioni della Corte dei Conti. Dall’analisi è emerso che il presidente dell’autorità portuale di Genova, nel 2011, ha percepito 308.653 euro, quello di Civitavecchia 228.508 euro, quello di Napoli 223.091. Solo per la retribuzione dei presidenti delle 24 autorità portuali, il costo per ognuna si aggira mediamente intorno ai 250.000 euro, con una cifra totale di circa 6 milioni per remunerare persone spesso di dubbia competenza. Ed ecco allora il ricorso, sistematico, al commissariamento.

Il poltronificio
Clamoroso quanto accaduto a Cagliari. Due anni fa viene nominato presidente Piergiorgio Massidda, ex parlamentare Pdl per ben quattro legislature. Ecco però che, a settembre scorso, arriva la sentenza del Consiglio di Stato: Massidda non possiede le competenze per presiedere l’autorità. E cosa decide di fare allora Lupi? Semplice, lo nomina commissario straordinario. Una situazione simile è capitata anche ad Olbia con la nomina di Fedele Sanciu: ex presidente della provincia di Olbia, ex consigliere regionale, ex senatore non rieletto in questa legislatura. E, forse, proprio per questo a settembre 2013 Lupi ha pensato proprio a lui: sei mesi di commissariato per qualcosa come 250 mila euro. E le competenze? Chissà, dato che Sanciu possiede soltanto la licenza media. I casi, però, non finiscono qui. Ed ecco allora Enrico Maria Puja, commissario ad Augusta ed ex capo della segreteria del viceministro del governo Prodi Cesare De Piccoli. O Marina Monassi, inamovibile a Trieste, da quando Giulio Camber (ex senatore forzista) fece da in modo che l’ex ministro Lunardi pensasse a lei.

SULLE AUTORITA’ PORTUALI UNA PIOGGIA DI SOLDI PUBBLICI

Lo sappiamo bene: in Italia se da una parte abbiamo un monte impressionante di fondi pubblici e dall’altra una trasparenza che stenta a decollare, il risultato è un mix pericoloso per cui è un attimo arrivare a consulenze dubbie, organici più grandi del previsto e, addirittura, partecipazioni in società che da anni non fanno assolutamente nulla. Probabilmente c’era da aspettarselo vista la montagna di soldi assicurati alle 24 autorità portuali presenti oggi sul territorio italiano: oltre 519 milioni di euro. Un piatto incredibilmente ricco, peraltro “tagliato” da ben due definanziamenti, del 2011 e nel 2013, che in totale hanno fatto risparmiare poco più di 8 milioni. Briciole e nulla più.

Convegni
Ma cosa dovrebbero fare le autorità con questi fondi? Realizzare progetti e opere per l’amodernamento dei porti.
Ovviamente, però, c’è spazio anche per permettersi qualcosa in più. A cominciare da convegni e manifestazioni per le quali tante autorità non sembrano badare a spese.
A Taranto, ad esempio, la spesa per l’attività promozionale è cresciuta esponenzialmente: dai 112mila euro del 2011 ai 221 del 2012. Non potrebbe essere altrimenti d’altronde se, per dire, “Autorità portuale ha mantenuto attiva nella Repubblica Popolare Cinese l’attività di desk informativo sul porto di Taranto”. E mantenerlo, ovviamente, vuol dire spendere e non poco.

Consulenze e piante organiche
C’è chi, ancora, realizza sprechi in casa propria senza muoversi di un millimetro. È il caso, ad esempio, del porto di Catania dove – si legge nella relazione pubblicata l’8 maggio scorso – si verifica un “eccessivo ricorso a personale interinale, a consulenze e a co.co.co”.
I numeri parlano chiaro: se nel 2006 si spendevano poco più di 56mila euro per consulenze, nel 2012 se ne sono spesi oltre 200mila. Con contratti, peraltro, assolutamente poco chiari.
Come, ad esempio, l’incarico di “consulenza sotto forma di collaborazione coordinata e continuativa nonché di supporto alla segreteria tecnico-operativa” che unisce inspiegabilmente due diverse modalità di ricorso a personale esterno (consulenze e co.co.co).
Non manca, ancora, chi decide di assumere personale evitando però la grana dei concorsi pubblici, consentendo casomai ad amici e parenti di entrare nell’autorità. È quanto accaduto a Civitavecchia, almeno secondo quanto denunciato in un’interpellanza di fine 2013 (e a cui non è mai arrivata risposta dal ministero) della deputata Marietta Tidei.
La denuncia della parlamentare Pd è chiara: “Le assunzioni – si legge nell’atto – avvenivano tutte a chiamata diretta (circa 24/28 unità) in violazione dell’articolo 97 della Costituzione che imponeva tutti gli enti pubblici le assunzioni tramite concorso”.
Non solo. “Numerosi assunti – continua l’interpellanza – risulterebbero essere legati finanché da legami di parentela rispetto a diversi esponenti politici locali e a dipendenti dell’autorità portuale di Civitavecchia”.
C’è anche chi, invece che le consulenze, preferisce gonfiare direttamente la pianta organica.
A Trieste dovrebbero essere in totale 94 gli assunti, ma oggi sono 119 (nel 2010 addirittura 169). Con la conseguenza che i costi per il mantenimento dell’organico lievitino: qui servono oltre 11milioni annui (quasi 100mila euro a dipendente).
Una cifra incredibile se si pensa che, in tutti gli altri casi, il costo del personale non supera i 5 milioni.

Car. Gaz.

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