Poveri e pieni di acciacchi. Così il vitalizio torna più ricco per gli ex deputati anziani. Dopo la sentenza del Consiglio di giurisdizione della Camera a molti sarà aumentata la pensione

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Vinicio Bernardini, vecchio esponente del Partito comunista italiano, due volte sindaco di Pisa e due volte deputato, a 93 anni s’è visto ridurre il vitalizio dell’84 per cento: da 4.725 euro è passato a 709 euro e 28 centesimi. Lordi. Da allora non può più “far fronte alle proprie esigenze di vita”. Due euro in più sono invece rimasti al suo coetaneo e compagno di partito Domenico De Simone: già protagonista delle lotte dei braccianti nel Foggiano, già deputato e senatore, invalido civile, è morto sei mesi dopo il taglio del suo “principale sostentamento”. Quanto a Renzo Pigni, classe 1925, vecchio socialista e fondatore del Psiup, tre volte deputato e poi sindaco di Como fino all’infarto che lo ha mandato in pensione, gli hanno tagliato 6.705 euro su 8.455. Era invalido, necessitava “di assistenza domiciliare continuativa” e il vitalizio “costituiva la sua principale, se non esclusiva, fonte di sostentamento”. E quando ha fatto ricorso, la Camera gli ha contestato la “mancata produzione di documentazione fiscale dalle quale potesse evincersi l’eventuale possesso di immobili”.

ONOREVOLI IN BOLLETTA. Altro che trionfalismi sul taglio dei vitalizi. è questo il quadro che emerge dal campione dei 152 ex deputati (o loro vedove e figli) che hanno chiesto la sospensione in via cautelare della delibera taglia-pensioni del 2018: ultranovantenni che faticano a pagare l’affitto, vedove strangolate dalla retta della casa di riposo, invalidi in lotta con la burocrazia di Montecitorio, figli studenti da mantenere, mutui, debiti, ospedali… A certificarlo non è, una volta tanto, l’Associazione ex parlamentari, guidata nelle proteste da Antonello Falomi e Gerardo Bianco. Lo ha messo nero su bianco il Consiglio di giurisdizione della Camera (presidente Alberto Losacco, Pd, più Stefania Ascari, Cinque Stelle, e Silvia Covolo, Lega) nella sua prima sentenza, depositata il 22 aprile, sui 1.398 ricorsi contro la riforma in vigore dal 1° gennaio 2019. Ben 152 ricorrenti avevano depositato anche istanze cautelari (il Consiglio ne ha accolte 15, tra cui quella di Pigni, morto subito dopo). E basandosi sul loro esame il giudice interno di Montecitorio e ha lanciato l’allarme: occorre intervenire per proteggere i “percettori di redditi esigui o comunque ‘deboli’ in termini sociali”.

PRIMA LA SALUTE. A parte gli avvocati di grido o i super-manager che rivendicano fino all’ultimo spiccio del loro vitalizio, la maggior parte di chi ha chiesto la sospensiva è infatti anziana e fisicamente mal messa. Qualche dato: oltre 6 su 10 hanno subito tagli tra il 35 e il 60 per cento, più della metà ha oltre 75 anni, il 12 per cento ha superato i 90. Risultato? Gli effetti “più gravosi” dei tagli hanno colpito coloro che “avendo iniziato a ricevere il vitalizio in epoca più remota, sono oggi in grandissima maggioranza in età avanzata”. Dinosauri (dimenticati) della prima Repubblica, come De Simone e Pigni. O come Dario Antoniozzi, sette volte deputato Dc, tre volte ministro, due volte europarlamentare, che a 97 anni ha subito una tagliola record: settemila euro su diecimila. Morto a Natale, spiegava nel suo ricorso che non avrebbe potuto “far fronte alle spese mediche”.

MOGLI SUL LASTRICO. Peggio di tutti, però, va alle vedove. La percentuale di trattamenti di reversibilità è alla Camera “superiore alla media”, eppure – ignorando le “esigenze dell’età avanzata”, “l’aumento dei bisogni materiali” e “l’impossibilità di reperire mezzi di sostentamento diversi” – la riforma voluta da Roberto Fico non ha previsto per loro forme di salvaguardia. Ecco perciò l’Sos della signora Edda, 91 anni, “invalida totale e non autosufficiente”, per cui la pensione di reversibilità del marito, deputato Dc dal 1953 al 1972, è “pressoché l’unica forma di sostentamento”. O della signora Maria, 97, “invalida civile” e vedova di un onorevole Pci degli anni ‘70. Della signora Margherita, 89, che con l’assegno ridotto non riesce “a coprire i costi mensili della casa di riposo” in Piemonte.

DIRITTI, NON ELEMOSINA. Su 152 istanze cautelari il Consiglio ne ha accolte solo 15, perché i paletti posti dalla delibera per concedere la restituzione (fino alla metà) del vitalizio tagliato erano troppo alti: invalidità totale certificata e reddito non superiore alla pensione sociale. Ma ora la sentenza, prendendo atto degli effetti pratici della riforma dei trattamenti previdenziali degli ex deputati, ha dichiarato, nero su bianco, l’illegittimità sia del tetto che del doppio requisito, invitando l’Ufficio di presidenza a valutare con discrezionalità le posizioni individuali e i casi di bisogno. Traduzione: allargate le maglie. Qualche onorevole pensionato, in effetti, si è già fatto avanti. Ma la soluzione non è piaciuta all’Associazione ex parlamentari, che ha annunciato appello, perché “trasforma i diritti in elemosine”. E costringe gli ex deputati in difficoltà “alla pratica umiliante e offensiva di mettere in piazza i propri problemi personali e familiari”.

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