Poveri lasciati a mani vuote

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di Carmine Gazzanni

Era il 9 febbraio 2012 quando è stato deciso di dare avvio alla sperimentazione della nuova social card: uno stanziamento iniziale di 50 milioni di euro per risollevare le condizioni di tanti bisognosi nei 12 comuni più popolosi d’Italia. Ci è voluto poi un anno affinchè il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, allora retto da Elsa Fornero, emanasse un semplice decreto attuativo (10 gennaio 2013) ed ora, a distanza di un ulteriore anno, tutto è ancora in alto mare. Questo è quello che emerge dal rapporto stilato da Save the Children e Caritas italiana: in nessuno dei comuni interessati, infatti, è stato erogato un solo centesimo dopo due anni dal decreto di emanazione della nuova social card.

Ritardi biblici e contraddizioni
Il documento redatto dalle due associazioni parla chiaro. Seppure in misura diversa, i ritardi riguarderebbero tutti i comuni interessati. Basti ricordare, d’altronde, che le prime erogazioni (404 euro mensili per ogni nucleo familiare in condizione di povertà), dopo mesi e mesi di rinvii, erano finalmente attese per novembre 2013. E invece nulla, le promesse sono rimaste tali: non solo non c’è stata alcuna erogazione, ma nemmeno sono state pubblicate le graduatorie definitive dei beneficiari (e, in alcuni casi, nemmeno quelle provvisorie). Insomma, ritardi clamorosi che, secondo il rapporto, dipenderebbero innanzitutto dalla lentezza della macchina burocratica. Un esempio su tutti: solo l’Inps ha impiegato in media ben tre mesi per stilare le graduatorie provvisorie da trasmettere poi ai comuni. A finire sotto accusa, però, soprattutto i criteri di individuazione dei beneficiari: troppi, stringenti e in molti casi anche contraddittori che – si legge nel report – hanno di fatto escluso un grande numero di potenziali beneficiari, a fronte di un ingente stanziamento di risorse. Basti questo: per accedere alla social card bisognava da un lato dimostrare di essere in una condizione di “nuova povertà” (ad esempio, chi ha perso il lavoro nei 36 mesi precedenti), dall’altro attestare di trovarsi già in una condizione di estrema urgenza (tramite un ISEE di tremila euro l’anno; o un patrimonio mobiliare di valore inferiore a ottomila euro; o ancora un’abitazione con valore ICI inferiore a trentamila euro e il mancato possesso di veicoli di recente acquisizione).

Situazione pesante
Il risultato? “Di fatto – commentano le associazioni – restano esclusi sia i cosiddetti nuovi poveri, ossia le persone recentemente trovatesi in situazione di povertà (a causa del criteri riguardanti l’abitazione, possesso beni mobili e veicoli di recente acquisizione) sia coloro che si trovano in situazione di povertà assoluta (dovuto al criterio selettivo della perdita recente del lavoro)”. Qualche esempio per capirci: secondo i dati raccolti, a Bari, città destinataria di un fondo da 3 milioni di euro, sono state individuate solo 321 famiglie (su 1114 domande ricevute); a Napoli, a cui andranno quasi 9 milioni, 800 (su 2281). Basta fare una semplice media per capire che, se così dovessero rimanere le cose, nella città pugliese ogni nucleo familiare riceverà oltre 9 mila euro per l’intero periodo di copertura della social card; nel capoluogo campano oltre 11 mila. Di contro ai tanti che, ingiustamente, non godranno di alcun beneficio.

Le Poste intanto esultano
Chi non resterà a bocca asciutta, invece, sarà Poste Italiane. All’incredibile ritardo, infatti, ecco aggiungersi la beffa. Coincidenza ha voluto che nello stesso giorno del rapporto (il 5 marzo) la Consip rendesse noto il nome dell’aggiudicatrice del bando – indetto lo scorso 17 ottobre – per “l’individuazione del Gestore del Servizio Integrato di gestione della carta acquisti”. A vincere la gara appunto Poste Italiane che si porterà a casa un piatto da ben 10 milioni 600mila euro. Una bella somma, considerando che, per il momento, non c’è nulla da dover gestire.