Procuratore cerca l’aiutino. Il Csm lo mette in castigo

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di Clemente Pistilli

Cercava una spintarella, voleva garantirsela bussando alla porta della politica e se la porta giusta era quella di chi era nello schieramento opposto al suo poco importa. Determinante è portare a casa il risultato. Questa volta  alla tanto criticata e sempre praticata raccomandazione non ha fatto però ricorso un disoccupato, un manager alla ricerca di una promozione o un’aspirante starletta, ma un magistrato, chi le leggi le deve far rispettare e dalle forzature dovrebbe tenersi distante. Con tali accuse è stato messo sotto processo e condannato dal Csm il procuratore capo della Repubblica di Nola, Paolo Mancuso.

L’aiutino
Lo scorso anno gli investigatori della Dia saltarono dalla sedia. Erano impegnati nell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia quando intercettarono una telefonata tra il procuratore Mancuso e il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno, in cui si parlava dell’incarico da procuratore capo che di lì a poco doveva assegnare il Csm. Gli investigatori ricostruirono da quel momento una serie di contatti finalizzati a far intercedere il generale Mario Mori presso l’onorevole Maurizio Gasparri, affinché convincesse il componente laico del Consiglio superiore della magistratura, Annibale Marini, a votare a favore di Mancuso, che aspirava alla massima poltrona dell’ufficio giudiziario partenopeo. In un’indagine tesa ad appurare se vi era stato un patto occulto tra rappresentanti delle istituzioni e mafiosi per far cessare le stragi nel ’92-’93, in cambio di un’attenuazione del regime di 41 bis per i boss, per cui è in corso a Palermo un processo davanti alla Corte d’Assise, si innestò così una guerra tra magistrati per il potere. Dalla Sicilia gli atti arrivano a Roma, alla Procura generale presso la Cassazione e al guardasigilli Paola Severino. La vicenda diventa di dominio pubblico e per Mancuso si apre il procedimento disciplinare. La candidatura del procuratore di Nola viene ritirata e per dirigere l’ufficio di Napoli viene scelto l’altro principale candidato, Giovanni Colangelo. Mancuso, esponente della corrente di Magistratura democratica, resta soltanto con una montagna di guai.

Toga alla sbarra
Il magistrato intercettato finisce accusato di aver “violato i doveri di correttezza e di riserbo”, utilizzando “le proprie qualità di procuratore della Repubblica di Nola, candidato a dirigere l’ufficio di Napoli, “per conseguire un vantaggio ingiusto e per condizionare l’esercizio delle funzioni concernenti il conferimento degli incarichi direttivi che la Costituzione attribuisce al Csm”. Una condotta bollata come “gravemente lesiva del prestigio della magistratura e dello stesso organo di autogoverno”. Il procuratore si difende, sostenendo di non aver chiesto aiuti a nessuno e che altri si erano offerti senza che poi fosse stata fatta alcuna raccomandazione. Per l’accusa invece, il magistrato, considerato dai politici come uomo della sinistra, avrebbe cercato l’appoggio del Pdl e spunta fuori un messaggio: “Quella chiacchierata con Maurizio sarebbe molto importante”. Nella tarda serata di martedì la sezione disciplinare del Csm ha deciso, condannando Mancuso alla sanzione della censura.