Province siciliane, costi alle stelle con la scusa dei tagli

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di Veleria Di Corrado

Tutto come previsto. La tanto decantata “abolizione delle province” in Sicilia non comporterà nessun risparmio. Al contrario, sarà un moltiplicatore di costi, strutture, pratiche burocratiche e contenziosi. Un caos amministrativo che paralizzerà la già martoriata economia siciliana. L’aveva anticipato due giorni fa La Notizia giornale.it, l’ha confermato ieri l’Unione regionale delle Province italiane (Urps). La legge approvata dall’Assemblea regionale siciliana martedì scorso non fa altro che sostituire, al momento, gli organi istituzionali eletti con commissari nominati dalla Regione. Sospendendo, quindi, le elezioni provinciali previste per il 26-27 maggio. Il tutto in vista della trasformazione delle 9 Province in 30/35 “liberi consorzi”, che raggrupperanno al loro interno una popolazione di circa 150 mila abitanti ciascuno. Alla faccia della razionalizzazione!

Ritorno al passato
Tale trasformazione non arriverà prima del 2014 e ovviamente necessita di un’ulteriore provvedimento normativo che ratifichi il passaggio a una nuova entità, che poi nuova non è. La legge regionale n.9 del 1986, infatti, aveva già previsto che le province della Sicilia fossero costituite dall’aggregazione di comuni, riuniti in liberi consorzi. “Quella voluta da Crocetta è una legge truffa – si lamenta Giovanni Avanti, presidente dell’Urps – Un proclama populista e demagogico fatto per ingraziarsi i deputati del Movimento 5 stelle, i cui voti forse sono necessari per approvare la prossima Finanziaria e il bilancio della Regione. Viene proclamata un’innovazione che in realtà non c’è. Per giunta con un provvedimento anticostituzionale”.

La democrazia va in fumo
I rappresentanti di queste nuovi organi, infatti, verranno indicati con elezioni di secondo livello. Ovvero non tramite il voto dei cittadini, ma attraverso quello dei sindaci dei comuni che compongono il consorzio. “Non è una rivoluzione, ma una restaurazione – tiene a specificare Giovanni Avanti – L’elezione diretta è una conquista dei nostri padri. Quella indiretta una negazione della democrazia. Non possiamo tornare alle consorterie di partito. Chi governerà questi enti sarà espressione degli interessi del comune più grande. Non ci sarà più equità territoriale”.
Tra l’altro l’esperienza dei consorzi in Sicilia non è certo virtuosa. Quelli comunali a cui è stata affidata la raccolta dei rifiuti ha accumulato 900 milioni di debiti. Eppure il governatore Rosario Crocetta ha assicurato che il taglio delle province riuscirà a produrre un risparmio di 10 milioni di euro.

Il carrozzone della Regione
“Se si voleva abolire qualcosa in nome della spending review andava abolita la Regione che solo nel 2012 ha speso oltre 9 miliardi di euro – spiega il presidente dell’Unione regionale delle Province – I politici regionali, infatti, tra indennità e rimborsi, costano ogni anno circa 166 milioni di euro a fronte dei 17 milioni di quelli provinciali”. Con l’abolizione delle province, poi, i suoi dipendenti verranno trasferiti in capo alla Regione, con un ulteriore aumento dei costi. Il personale dei 9 enti locali costa 39 euro a ciascun cittadino siciliano, quello della Regione più di 320 euro. Nel carrozzone regionale sono assunti oltre 17 mila dipendenti e l’11% sono dirigenti. Resta poi una questione chiave, che continua ad essere trascurata nelle annunciate riforme istituzionali: il tema delle società e degli enti strumentali. La Regione siciliana, secondo il censimento operato dal Dipartimento Sviluppo del Ministero del Tesoro, ne ha 206, che nel 2012 sono costati oltre 28 milioni di euro. Una spesa destinata per quasi il 90% al pagamento dei costi dei consigli di amministrazione, delle sedi e del personale. Insomma, tutti fanno della lotta agli sprechi della politica un cavallo di battaglia, ma nessuno è disposto a rinunciare alla propria poltrona.