Non possiamo sceglierci nemmeno la scuola. Un Paese senza libertà di scelta. A partire dalla scuola. Le famiglie che non possono spendere non hanno alternativa agli istituti statali spesso fatiscenti. Nessun aiuto per chi vuole iscrivere i figli alle scuole private. La parità è un sogno sin da bambini

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Caro ministro Carrozza è ora di una riforma liberale

Un quotidiano come La Notizia ha senso soltanto se approfondisce temi sociali ed economici che di solito non trovano spazio negli altri giornali nazionali. Lo abbiamo fatto fin dal nostro primo numero e intendiamo proseguire su questa strada (spesso difficile e solitaria) anche alla vigilia dell’apertura del nuovo anno scolastico. Al ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza e all’intera classe politica vogliamo infatti chiedere se non sia venuto il tempo di una vera riforma liberale del nostro sistema dell’istruzione, consentendo a ogni famiglia di decidere dove iscrivere i propri figli, indipendentemente dal proprio reddito grazie alla totale detrazione fiscale delle spese sostenute. Continueremo nei prossimi giorni la nostra campagna, provando soprattutto a sollecitare l’opinione di quanti nella scuola da anni lavorano e studiano. Inviateci anche le vostre opinioni, saremo felici di pubblicarle.

 

di Vittorio Pezzuto

Che il Paese sia illiberale nel campo dell’educazione lo capiscono a loro spese, letteralmente, i genitori che hanno dovuto individuare un nido o un asilo per i propri figli. Reduci da una ricerca spesso frustrante, hanno scoperto che le poche strutture statali e comunali disponibili impongono lunghe liste di attesa e adottano criteri di selezione sulla base del reddito che non corrispondono alla situazione reale (gli evasori fiscali saranno sempre favoriti rispetto a un contribuente onesto). Fra pochi anni scopriranno anche l’impossibilità di una scelta della scuola primaria, arrendendosi a un sistema iniquo. Invece avrebbero tutto il diritto di scegliere liberamente la scuola per il proprio figlio, pubblica o privata che sia. Lo devono poter fare in base alle proprie personali convinzioni (religiose e non), mossi dall’ambizione di offrirgli la migliore soluzione possibile sul mercato dell’istruzione. Devono essere liberi anche di sbagliare, decidendo magari di farlo studiare in un istituto privato con insegnanti meno qualificati e consapevoli che quello che viene loro chiesto non è altro che promuovere uno zuccone garantendogli la pallida soddisfazione della promozione (restando inascoltata la tesi di Luigi Einaudi per l’abolizione del valore legale del titolo di studio).
Quello che invece non può essere consentito è che sia lo Stato a imporre loro dall’alto una scelta, riducendo le opzioni praticabili semplicemente in base al reddito familiare. Così facendo si perpetua infatti una disparità di posizione ai blocchi di partenza che impedisce lo sblocco degli ascensori sociali, insegnando agli studenti l’amara lezione del familismo amorale: la traiettoria professionale del singolo è tracciata quasi sempre in base al censo e alle conoscenze della propria famiglia, indipendentemente dai meriti personali. Parliamoci con franchezza. Ormai lo Stato si rassegna ad amministrare la scuola come servizio a docenti e bidelli (non agli studenti), così come amministra la giustizia come servizio a magistrati e cancellieri (non ai cittadini e al sistema produttivo) o gli ospedali come luogo di lavoro di medici ed infermieri (e non come speranza per i malati). Si è capovolto il senso delle parole, scambiando l’egualitarismo per giustizia sociale e così perpetuando una terribile ingiustizia ai danni dei meno favoriti e degli esclusi. Una società che premia il merito è più dinamica e più giusta, proprio perché diminuisce il valore (non azzerabile) dei punti di partenza e accresce quello delle capacità individuali. Per tutte queste ragioni in un Paese autenticamente liberale il governo dovrebbe decidersi per una totale detrazione fiscale delle spese alla famiglia che intenda iscrivere il proprio figlio a una scuola privata. Sarebbe suo interesse (pubblico, di tutti noi) creare un regime di concorrenza tra istituti che sia la molla decisiva per la selezione degli insegnanti, aumentare il tasso di istruzione dei suoi giovani cittadini e sottrarre al bilancio statale oneri alla lunga insopportabili.

Quel veto ideologico
«Per poter pensare a qualsiasi strumento equitativo nei confronti di tutte le famiglie, indipendentemente dal loro reddito, si deve prima vincere un discorso di carattere ideologico» osserva Roberto Pasolini, segretario generale del Comitato politico non statale. Pensiamo a quanti hanno promosso a Bologna un referendum consultivo che chiedeva di togliere i contributi alle scuole dell’infanzia paritarie, col risultato che 1.167 famiglie sarebbero state costrette a rivolgersi al Comune per ottenere un servizio pubblico che così alla collettività sarebbe costato dieci volte tanto. «Ancora in troppi sono convinti che tutto quello che riguarda l’educazione debba essere gestito direttamente dallo Stato. Se non rompiamo questo meccanismo ideologico, non potrà essere adottato un qualsiasi strumento ipotizzabile (voucher, detrazione fiscale, contributo) per la gestione di attività provate a scopo educativo. I detrattori di questa visione obiettano che una famiglia a basso reddito non avrebbe alcun vantaggio in quanto la detrazione sarebbe comunque superiore alle tasse che deve versare allo Stato. Ma i calcoli elaborati a suo tempo dall’Agesc (Associazione genitori delle scuole cattoliche) dimostrano che è possibile e conveniente istituire in questi casi forme di recupero fiscale a lungo termine». Per Pasolini una simile rivoluzione comporterebbe solo vantaggi: «Permettendo la presenza sul territorio di strutture scolastiche private che erogano un servizio pubblico a circa un milione di studenti, lo Stato risparmierebbe qualche miliardo di euro. Non solo. Il principio della libertà di scelta educativa verrebbe garantito concretamente anche alle famiglie meno abbienti e non soltanto a chi se lo può permettere. Lo aveva ben capito il presidente della regione Emilia-Romagna Antonio La Forgia, il primo politico che ha dato concretamente il via ai contributi alle scuole paritarie dell’infanzia. Ai suoi compagni di partito spiegava come una legge equa sulla parità sia profondamente di sinistra perché consente anche alle famiglie povere di poter usufruire degli stessi servizi a disposizione dei signori…».

Nuovo anno scolastico. Vecchi problemi irrisolti

di Monica Tagliapietra

Scuole che cadono a pezzi. Sempre meno soldi. Troppi insegnanti. Troppi sprechi. La scuola pubblica italiana si avvia all’inizio di un nuovo anno con i problemi di sempre. Il primo nodo resta quello dei docenti: 625 mila, praticamente un esercito. Ma per i sindacati, i prof sono sempre troppo pochi; per le casse dello Stato, invece, decisamente troppi. Eppure sono 11 mila le nuove assunzioni previste già quest’anno e in tutto 44 mila entro il 2015. E dire che il numero medio degli insegnanti per alunni è tra i più alti d’Europa. Magie delle statistica, materia che evidentemente ai sindacalisti della scuola non quadra.
Per insegnanti e studenti c’è poi un destino comune: passare le giornate in edifici spesso al limite della vivibilità. L’ultimo rapporto di Cittadinanzattiva è illuminante: solo un quarto degli Istituti è in regola con tutte le certificazioni di sicurezza e la manutenzione è ridotta all’osso. Lesioni strutturali in una scuola su dieci, distacchi di intonaco in una su cinque, muffe ed infiltrazioni in una su quattro. E ancora. Un terzo degli edifici è privo anche della più semplice aula computer e quasi la metà di laboratori didattici. Mentre il 50% non ha una palestra al proprio interno e in un terzo dei casi i cortili sono usati come parcheggio. Il 21% delle scuole presenta uno stato di manutenzione del tutto inadeguato e nei casi in cui è stato richiesto l’intervento all’ente interessato, nella maggioranza dei casi non è mai arrivato. E dire che di soldi nella scuola italiana se ne spendono. Meno però di quanto facciano gli altri Paesi avanzati. Secondo i più recenti dati Ocse in tema di spesa siamo al penultimo posto tra gli Stati più industrializzati. La spesa media per l’istruzione è pari appena al 4,8% del Prodotto interno lordo, cioè circa 15 miliardi meno della media. In Europa solo Slovacchia e Repubblica Ceca fanno peggio di noi.
Dove si perdono allora tante delle risorse che lo Stato investe per formare i nostri ragazzi? I soldi si perdono tra i meandri nella burocrazia, in concorsi e concorsini, senza produrre un miglioramento tangibile del sistema sociale. I fondi sono per lo più assegnati nelle scuole primarie e dell’infanzia, mentre di medie e licei è meglio non parlarne.
Il risultato è che il sistema scolastico non è competitivo. Anzi, di scarsa qualità e arretrato tecnologicamente. Nei giorni scorsi in un importante liceo romano, il Mamiani, gli studenti hanno fatto un appello chiedendo a genitori, aziende e volontari di regalare qualche computer per fare lezione.
Per buona parte della Sinistra, con una presa molto forte sulla parte più ideologizzata degli studenti, la colpa di tanto disastro è dei tagli di spesa e del dirottamento di risorse dalla scuola pubblica a quella privata. Uno spauracchio, quest’ultimo, che i numeri non confermano, anche se la scuola privata resta un bersaglio facile da colpire.
In questi ultimi giorni di attesa prima del suono della prima campanella dell’anno i problemi d’altronde non mancano, soprattutto per le famiglie alle prese con l’acquisto dei libri di testo. Altro capitolo dove la scuola italiana resta al palo nel confronto con l’Europa. La promessa di passare esclusivamente ai volumi digitali, messa nero su bianco dal ministro Profumo in un decreto del marzo scorso, è ancora tutta da vedere. E anche i tetti di spesa per i volumi finiscono spesso per restare solo sulla carta.
La vera parità mancata non è dunque tra scuole pubbliche e private, ma tra ricchi e poveri. Chi proviene da famiglie meno abbienti resta svantaggiato.
Dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni di basso ceto, soltanto il 14 % è riuscito a completare il percorso fino alla laurea. La media calcolata dall’Ocse è del 37%. Mentre solo il 70% degli studenti riesce a diplomarsi. Restiamo distanti, dunque, da una media europea che è dell’80%. Ma anche chi è laureato non lavora. Tanto che l’occupazione è calata dall’84 al 79%. La pagella assegnata alla scuola italiana nel confronto con gli altri paesi europei è piena di insufficienze.

Il sistema non regge più e ormai scontenta tutti.

Rembado, Associazione nazionale presidi: Serve una vera autonomia scolastica

di Fausto Cirillo

Al professor Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi, chiediamo di formulare una diagnosi sullo stato della scuola che fra pochi giorni riaprirà i suoi battenti.
«Non vorrei essere troppo pessimista, ma questo sistema ormai scontenta tutti quanti. Nell’ambito del sistema dell’istruzione non esistono infatti profili professionali, categorie e soggetti che si trovino particolarmente a loro agio. Gli insegnanti protestano per un trattamento economico inadeguato e al di sotto di quello elargito ai loro omologhi europei, gli studenti spesso si rammaricano di non ottenere le gratificazioni che si attendono dall’attuale sistema della formazione, i genitori si lamentano di essere poco considerati all’interno delle scuole e di non aver peso nell’ambito della programmazione degli istituti così come nella determinazione del loro indirizzo didattico.
Occorre quindi metter mano a un profondo ripensamento del sistema, senza però aver la pretesa impossibile di trovare una soluzione che accontenti tutti. Manca forse una stella polare, un punto di riferimento che prescinda dagli interessi di questo o quel gruppo sociale. È un compito immane. Ci sono antichi problemi ormai incancrenitisi che andrebbero affrontati con soluzioni coraggiose che scontentino alcuni».
Ad esempio?
«Penso a una valorizzazione dell’impegno professionale dei docenti costruito sulla valutazione delle loro competenze, su incarichi che svolgono o che svolgeranno e che spesso sono effettuati in una logica volontaristica senza un riconoscimento retributivo e di carriera.
E in secondo luogo andrebbe data alle scuole quella vera autonomia che era stata prevista nella legge del 1997 e che finora non è mai stata attuata per la preoccupazione del sistema centrale di perdere potere e quindi influenza sull’intero sistema».
Purtroppo lo Stato continua a imporre ai genitori la scelta della scuola sulla base del censo. Chi se lo può permettere spesso sceglie istituti privati. È favorevole a una detrazione fiscale totale delle spese sostenute dalle famiglie per l’istruzione?
«A mio avviso queste spese, siano esse destinate alla scuola statale o a quella non statale, dovrebbero essere tutte detassate e questo paradossalmente per dare alla scuola statale maggiori possibilità di finanziamento perché ormai è dimostrato che lo Stato non è più in grado di mantenerle».