Pure Della Valle suddito di Re Giorgio

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di Gaetano Pedullà

Fino a ieri c’era Re Giorgio. Nella politica in disfacimento, negli ultimi mesi Napolitano Giorgio è stato l’arbitro, il giocatore e il pubblico di una stessa partita. Come fare il governo, con quale maggioranza, con che orizzonte per i partiti… chi ha suggerito cosa lo abbiamo visto tutti. Un potere da Repubblica presidenziale di fatto, a cui adesso qualcuno inizia a credere a tal punto da assegnare allo stesso Napolitano Giorgio quelle funzioni tipiche dell’assolutismo monarchico. D’altronde, se può fare il deus ex machina della politica, perché non può farlo ugualmente per l’economia? A farsi questa domanda è stato sicuramente l’imprenditore Diego Della Valle, grande alfiere della moda Made in Italy con il gusto per le incursioni nella finanza e nelle banche, dove in passato ha fatto però affari d’oro attraverso una sua holding estera (la Dorint). Della Valle, che in nome di un sacrosanto rinnovamento anche nel gotha del potere di casa nostra ha guidato ribaltoni epocali – la cacciata da Cesare Geronzi dalla presidenza delle assicurazioni Generali resta il suo capolavoro – questa volta aveva puntato il salotto buono per eccellenza della grande finanza italiana, quella Rcs che edita tra l’altro il Corriere della Sera. Una partita sulla quale ha messo un mucchio di soldi e che sperava di vincere contando sulla debolezza di molti degli attuali soci blindati in un patto di sindacato. Soci con tanto blasone (Banca Intesa, Pirelli, Generali, Mediobanca, Italcementi, Unipol per via della quota rilevata da Ligresti, ecc.) ma senza troppi soldi da investire in un’azienda che fa perdite. Non aveva previsto, Della Valle, l’inatteso rilancio della Fiat e la chiusura a riccio di quegli stessi poteri che adesso lo lasciano con niente in mano. Da qui la mossa di scrivere a Napolitano per chiedergli di far sentire la sua voce, cioè fermare una partita in cui i gruppi concorrenti hanno appena cacciato centinaia di milioni. Una mossa che ha dell’incredibile, ma che la dice lunga su chi comanda oggi in Italia. E soprattutto su quanto la nostra grande finanza sta ormai alla frutta.