Puntuale come un orologio svizzero e alla scadenza dei sette giorni previsti, la cosiddetta “tregua del gelo” sull’Ucraina – sancita dall’accordo tra Usa e Russia – è già un lontano ricordo. Malgrado le temperature sull’ex repubblica sovietica siano tuttora proibitive, con picchi che arrivano a -20 gradi, la breve sospensione degli attacchi su Kiev e sulle infrastrutture energetiche è finita e, con essa, sono ripresi gli attacchi con missili e droni, che hanno innescato una serie di blackout interessando gran parte del territorio ucraino.
A raccontare l’accaduto è il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, con una serie di post su X in cui ha fatto notare come “la temperatura in Ucraina sia inferiore a -20 °C (-4 °F). Durante la notte, la Russia ha attaccato con 450 droni e oltre 60 missili, compresi quelli balistici. Obiettivi principali: centrali elettriche e abitazioni a Kiev, Dnipro, Kharkiv, Sumy, Odessa e altre regioni”.
Lo stesso ha poi scritto che “Putin ha atteso che le temperature scendessero e ha accumulato droni e missili per continuare i suoi attacchi genocidi contro il popolo ucraino. Né gli sforzi diplomatici previsti ad Abu Dhabi questa settimana, né le sue promesse agli Stati Uniti gli hanno impedito di continuare a terrorizzare i civili durante l’inverno più rigido degli ultimi decenni”.
Zelensky accusa ancora Putin
A suo dire, “abbiamo a che fare con terroristi che devono essere fermati. Il mondo ha gli strumenti per farlo”: bisogna “aumentare la pressione su Mosca, privare la macchina da guerra russa delle entrate energetiche e dell’accesso alla tecnologia, isolare il regime russo, fermare e confiscare le petroliere illegali russe. Bisogna liberare Putin dall’illusione di poter ottenere qualcosa con i bombardamenti, il terrore e l’aggressione”.
Dello stesso avviso il presidente Volodymyr Zelensky, secondo cui Vladimir Putin ha ordinato attacchi “specificamente contro impianti energetici. (…) Per la Russia, approfittare dei giorni più freddi dell’inverno per terrorizzare la popolazione è più importante che ricorrere alla diplomazia. E questo dimostra chiaramente cosa è necessario ai nostri partner e cosa può essere d’aiuto. La consegna tempestiva di missili per i sistemi di difesa aerea e la protezione della vita quotidiana sono le nostre priorità”.
Negoziati in salita
Malgrado questa ripresa in grande stile delle ostilità, per giunta tornando a colpire infrastrutture civili critiche, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a ostentare ottimismo per la risoluzione del conflitto. Parlando ai giornalisti presenti alla Casa Bianca, ha affermato, lasciando sgomenti i presenti, di credere “che stiamo andando molto bene con Ucraina e Russia. Lo dico per la prima volta. Credo che presto, forse, avremo delle buone notizie”.
Speranze che il tycoon ripone nell’incontro tra le delegazioni di Ucraina, Stati Uniti e Russia, che si terrà oggi e domani ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Peccato che proprio la nuova e brutale offensiva russa rischi di rendere meno probabile un accordo. A lasciarlo intendere è il presidente Zelensky, secondo cui “ogni attacco russo come quello della notte scorsa conferma che l’atteggiamento di Mosca non è cambiato: continuano a scommettere sulla guerra e sulla distruzione dell’Ucraina e non prendono sul serio la diplomazia. Per questo il lavoro del nostro team negoziale verrà adattato di conseguenza”.
Dal canto suo, il Cremlino, forte dei successi sul terreno e del lassismo di Trump, ha risposto attraverso il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov, affermando che “la composizione della delegazione russa per i colloqui sull’Ucraina ad Abu Dhabi non subirà alcun cambiamento” rispetto alla precedente sessione di negoziati e continuerà a essere guidata dall’ammiraglio Igor Kostyukov, capo dei servizi d’intelligence del ministero della Difesa.
Rassicurazioni e dubbi
Se un accordo appare improbabile, anche se non del tutto da escludere, i nodi principali che tengono in ostaggio la diplomazia sono le cessioni territoriali, che Kiev continua a bocciare, e le garanzie di sicurezza per prevenire nuovi attacchi russi. Proprio su questo punto il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ieri in una visita a sorpresa a Kiev, ha provato a rassicurare Zelensky sostenendo che “alcuni alleati europei hanno annunciato che invieranno truppe in Ucraina una volta raggiunto un accordo: truppe sul terreno, jet nei cieli, navi nel Mar Nero. Gli Usa fungeranno da sostegno, mentre altri hanno promesso di fornire supporto in altri modi. Le garanzie di sicurezza sono solide”.
Del resto, ha spiegato, “per porre fine a questa terribile guerra saranno necessarie scelte difficili” e “l’Ucraina deve essere certa che i sacrifici fatti, le vite perse e la devastazione subita non saranno stati vani”. Parole che, però, finché non verranno messe nero su bianco difficilmente potranno tranquillizzare l’amministrazione Zelensky, che al contrario teme che la Russia, prima o poi, riprenda le ostilità.