Quella Babele politica chiamata Pd Verso il congresso, tutti contro tutti

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di Peppino Caldarola

Il Pd fa di tutto per complicarsi una vita già complicata. I paradossi che si accumulano quotidianamente sui tavoli dei maggiorenti del partito sono inquietanti. Il Pd dirige un governo che non ama. La sua base è in rivolta contro l’alleanza “innaturale” con il PdL. Il leader più in vista, Matteo Renzi, non vuole diventare segretario perché teme di bruciarsi. Girano altri nomi che corrispondono a strategie opposte: Epifani che continuerebbe sulla linea di Bersani, Cuperlo che farebbe del Pd una socialdemocrazia avviata verso l’alleanza strutturale con Vendola, Chiamparino che vorrebbe un partito liberal-democratico fondamentalmente liquido. Girano anche idee strane e addirittura bizzarre. C’è chi propone di nominare un segretario a cui sia però impedito di concorrere al congresso per avere la leadership piena. C’è chi propone che il segretario futuro del partito si auto-escluda dalla gara per la premiership. Si sommano veti e divieti. Tornano a farsi sentire i rottamati Veltroni e D’Alema. I giovani turchi, dopo aver per mesi sparato contro Monti ed essersi dichiarati contrari al governissimo, si sono accomodati sulle poltrone del dicastero Letta. Quelli come Pippo Civati, ma anche come Cofferati e tanti altri, vorrebbero sospendere la loro partecipazione all’assemblea del maggior partito di governo per partecipare, lo stesso sabato, alla manifestazione di Vendola contro il governo. Sembra, anzi è, una vera gabbia di matti. Sullo sfondo il problema reale.

Un partito contro se stesso

Il Pd ha perso il suo ubi consistam e brancola nel buio. I suoi militanti occupano le sedi. Il mitico servizio d’ordine della federazione di Torino si è rifiutato il Primo maggio di proteggere i dirigenti per protesta contro la partecipazione al governo. Il premier Letta si trova così nella difficilissima situazione di guidare un esecutivo che al suo partito non piace e per il quale anche lui nutre dubbi. Neppure il più feroce critico dei “democrats” avrebbe potuto immaginare una situazione così irreale. Forse la via d’uscita maestra sarebbe stata la convocazione rapidissima di un congresso straordinario dal carattere costituente anche al prezzo di una o più scissioni. Si è giunti a questo punto per il combinato disposto di una gestione surreale della campagna elettorale e del post-voto da parte di Bersani e del suo gruppo. Hanno contribuito alla confusione la messa fuori gioco di vecchi esponenti che hanno fondato il partito, come D’Alema e Veltroni, il fallimento della giovane generazione di piccoli leader, il venire al pettine del nodo di fondo del Pd che non è solo il malriuscito amalgama fra ex pci e ex dc ma il mancato emergere di una moderna cultura riformista. Il Pd si presenta oggi come un partito “contro”. Contro Berlusconi, contro se stesso. L’ala radicale, per la prima volta nella storia della sinistra, ha preso il sopravvento. In un batter d’occhio sono state dimenticate le antiche nozioni di “responsabilità nazionale”, “dialogo con l’avversario”, “comunità solidale”. Accadde la stessa cosa nella biblica torre di Babele, costruita per arrivare al cielo che poi Dio distrusse confondendo le lingue degli umani. Se si va lontano nel passato si scopriranno le tante ragioni di questo approdo. La mancata opzione socialista, l’“oltrismo” disinvolto che ha dilaniato il patrimonio accumulato, l’assedio dei movimenti, dai girotondi al giustizialismo. Probabilmente sabato si riuscirà a trovare un compromesso, senza del quale il Pd si avvierebbe a una specie di auto-scioglimento di fatto soprattutto per la fuga incontrollabile di tanti suoi militanti. Resta però il tema di fondo: c’è un partito politico che ha accumulato quasi tutte le cariche istituzionali ma che sogna di tornare alla purezza delle origini perché non regge l’incalzare del vendolismo di ritorno e del grillismo. E’ nato di governo ma sogna l’opposizione. In altre formazioni progressiste europee situazioni simili, cioè di crisi strutturale, hanno prodotto uno scatto con il formarsi di una maggioranza di riformatori che ha saputo prendere in mano il timone. Invece qui sembra quasi che tutto il gruppo dirigente, dai nativi ai vecchi elefanti, sia in preda di una crisi di panico. Che, come è noto, dà la sensazione della morte imminente.

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