Quella scelta

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di Gaetano Pedullà

Facciamo una premessa: Renzi ha la possibilità di fare qualcosa di buono per l’Italia. Ne abbiamo assoluto bisogno e dunque speriamo che ce la faccia. Detto questo, alcuni segnali ci lasciano pensare che sotto il vestito delle buone intenzioni ci sono vergogne indecorose da mostrare. Il primo segnale questo giornale l’aveva richiamato in prima pagina sabato scorso. Con le consultazioni ancora aperte, dalla Merkel a Barroso a Obama, le grandi cancellerie già si prodigavano in raccomandazioni al segretario Pd. Dei rapporti tra Renzi e i poteri internazionali si sapeva poco, se non di un tour europeo nell’estate scorsa, con il passaggio dalla Merkel che aveva spiazzato l’allora premier Letta. In realtà si sapeva anche dei suoi rapporti con il fondatore del fondo speculativo britannico Algebris, Davide Serra, che gli aprì le porte della comunità finanziaria già ai tempi delle primarie perdute contro Bersani. Si sapeva poi delle relazioni con l’asse Usa-Israele, attraverso Yoram Gutgeld, ex pezzo grosso della società di consulenza McKinsey, portato dal sindaco in Parlamento. Ma che addirittura Carlo De Benedetti gli organizzasse la lista dei ministri, come rivelato ieri da Fabrizio Barca, nessuno poteva sospettarlo. E se mettiamo tutto questo in relazione alla newsletter del capoeconomista di Unicredit che tesse le lodi di Renzi agli investitori (da noi svelata a pagina 5), all’ipotesi di indicare l’economista Lucrezia Reichlin (ex direttore della Banca centrale europea e ora nel board Unicredit) al Tesoro, sino all’accoglienza dei mercati (ieri i Btp sono scesi a livelli che non si vedevano da giugno del 2011) allora qualche sospetto è inevitabile. Possibile che un governo che deve ricontrattare le condizioni penalizzanti per l’Italia in Europa, che deve farci uscire dall’austerity, sia così gradito ai nostri carnefici?