C’è chi rinuncia al posto davanti alle telecamere e chi viene allo scoperto, rivendicandone – non smentendolo – uno bello grosso. Alla prima categoria appartiene il comico Andrea Pucci, che ha salutato la controversa partecipazione al Festival di Sanremo, guadagnandosi l’attenzione della premier Giorgia Meloni. Alla seconda invece appartiene il direttore de Il Giornale, Tommaso Cerno, che, come svelato da La Notizia, starebbe per assumere la conduzione di una striscia quotidiana che viale Mazzini sarebbe in procinto di affidargli.
Cerno: “Devono tappare la bocca anche a me”
Iniziamo proprio dall’ex direttore de L’Espresso, ex condirettore de La Repubblica, ex parlamentare Pd, ex direttore de Il Tempo e attuale direttore de Il Giornale, Cerno. “Non gli basta zittire Pucci. Devono tappare la bocca anche a me… Forse perché come dicono loro sono di una lobby gay… povera Italia”, ha postato il giornalista ieri sui social, commentando le affermazioni dei parlamentari del Pd in Commissione di Vigilanza, i quali avevano chiesto “un chiarimento immediato da parte della Rai” sulla notizia di un presunto debutto di Cerno su Rai 2.
Sei giorni di silenzio da parte di Rai e del direttore de Il Giornale
“Se confermata, questa scelta rappresenterebbe l’ennesima prova dell’uso della Rai come strumento di propaganda politica”, avevano aggiunto. Un affondo che in realtà risaliva a mercoledì scorso, cioè a sei giorni fa, quando La Notizia aveva scritto della striscia quotidiana (al via dal 3 marzo, alle 12, su Rai2) che l’Ad Rai Giampaolo Rossi, starebbe per affidare al giornalista. Anche allora i dem, affiancati dai 5 Stelle avevano chiesto ai vertici di Viale Mazzini di smentire. Erano seguiti sei giorni di silenzio tombale. Sia della Rai, sia di Cerno.
Ieri, l’attacco rilanciato dei senatori Pd, anziché la smentita richiesta, ha però ottenuto una conferma implicita. La striscia, infatti, dovrebbe partire nel pieno della campagna elettorale per il referendum sulla riforma della Giustizia (di cui Il Giornale, diretto da Cerno e di proprietà del deputato leghista Antonio Angelucci, è una delle voci più attive per il Sì).
Un programma tutto made in FdI
E, sempre da quanto risulta a La Notizia, Cerno avrà a disposizione anche due studi (uno a Roma e uno a Milano) e potrà contare su Alessandro Usai, cognato del ministro della Cultura, Alessandro Giuli (Usai è sposato con la sorella del ministro, Antonella Giuli, in forza all’ufficio stampa di FdI alla Camera), già autore del direttore de Il Giornale nei suoi interventi a “Domenica In”.
Viale Mazzini, inoltre, potrebbe far partire, in concomitanza con il programma anche la messa in onda della fiction su Enzo Tortora. Una manovra, che a Viale Mazzini qualcuno definisce, neppure tanto velatamente, orientata a tirare la volta al Sì al prossimo referendum.
Un’operazione che confermerebbe l’intreccio di interessi che lega palazzo Chigi e Rai. Come pure un’altra voce insistente, ovvero il prossimo passaggio del direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci alla guida della comunicazione della Presidente del Consiglio.
Il Pd: “Emergenza democratica”
Per i dem, se confermate, queste scelte rappresenterebbero “l’ennesima prova dell’uso della Rai come strumento di propaganda politica, reso possibile dallo stallo imposto dalla maggioranza sulla Commissione di Vigilanza, alla quale viene impedito di operare e di eleggere un presidente di garanzia”. “Siamo di fronte a una emergenza democratica nel servizio pubblico aggravata dall’avvicinarsi di importanti appuntamenti elettorali, a partire dal referendum”.
La premier in campo per il comico Pucci
Ma il fronte televisivo è caldo anche per la rinuncia del comico Pucci all’Ariston, dicevamo. Un addio dovuto alle proteste di moltissimi abbonati Rai che poco gradiscono il repertorio omofobo e razzista dell’artista milanese (famoso un suo bodyshaming contro Elly Schlein). Domenica Meloni era scesa in campo a difesa di Pucci: “Non sopporto il doppiopesismo. È un principio insopportabile. È davvero la cifra della sinistra, la usano sempre. E non ci sto”, aveva infatti detto al Corriere.
“Se al Festival avesse partecipato Pucci secondo me bisognava chiedergli di non parlare di politica. Ma minacciarlo a monte, chiederne la censura, semplicemente perché non se ne condivide il taglio, lo considero sbagliato”, aveva aggiunto, senza considerare che solo chi ha il controllo può censurare, mentre chi non comanda, non può censurare nulla… E aveva concluso: “Noi, a differenza loro, non abbiamo mai chiesto la censura di nessun comico”.
I 5S: “Parla di Pucci per sviare dal disastro del Paese”
Alla premier hanno risposto ieri i 5S: “L’obiettivo è provare disperatamente a nascondere la realtà”. Che loro raccontano così: “made in Italy al collasso, con 429 acquisizioni di aziende italiane da parte di soggetti esteri in un solo anno; +38% dei fallimenti aziendali dal 2022 a oggi; +58% di Cassa integrazione straordinaria rispetto al 2024; perdita secca media di 6mila euro netti per ogni lavoratore coinvolto nel boom della Cassa integrazione in generale”.
E aggiungono: “È per caso colpa di Pucci? Sarebbe solo l’ultimo responsabile. Non scordiamoci infatti che è stata anche colpa della brigata Wagner, del Superbonus, della Lagarde, dei benzinai. Se il Pil italiano fosse direttamente proporzionale allo scaricabarile meloniano l’economia italiana crescerebbe del 10% l’anno. Invece è a zero, come le chiacchiere di questi tre anni”, concludono.