“La Rai è in crisi perché ostaggio della maggioranza”. Parla il giornalista Giovanni Valentini: “I consiglieri di opposizione dovrebbero dimettersi per dissociarsi dalla malagestione del centrodestra”

"La Rai è in crisi". Per il giornalista Valentini: "I consiglieri di opposizione dovrebbero dimettersi per dissociarsi dal centrodestra"

“La Rai è in crisi perché ostaggio della maggioranza”. Parla il giornalista Giovanni Valentini: “I consiglieri di opposizione dovrebbero dimettersi per dissociarsi dalla malagestione del centrodestra”

Giovanni Valentini (ex direttore dell’Europeo e dell’Espresso e già vicedirettore di Repubblica, autore della rubrica ‘Il Sabato del Villaggio’ sul Fatto Quotidiano), la nuova gestione della Rai è finita spesso sotto accusa per i bassi ascolti. Da che cosa dipende?
“I bassi ascolti dipendono dalla bassa qualità. Da tempo, ormai, la televisione pubblica s’è omologata al ribasso a quella privata. E utilizza format realizzati al di fuori dell’azienda. La Rai manca di idee e di creatività”.

Lei parla spesso di malagestione da parte del centrodestra e per questo auspica le dimissioni dei consiglieri dell’opposizione dal CdA della Rai, per prendere le distanze da questo nuovo corso. Può spiegarci perché ritiene auspicabile questa decisione?
“Per la semplice ragione che i consiglieri sono stati eletti dal Parlamento, e quindi dai partiti, quando era già in vigore il Media Freedom Act europeo: cioè il Regolamento – con valore di legge diretta in Italia – che tutela l’autonomia e l’indipendenza dei mezzi d’informazione, in particolare di quelli pubblici, dalle ingerenze della politica. Di questo passo, il nostro Paese rischia una nuova procedura d’infrazione. Non a caso il Pd di Elly Schlein, un partito che in passato aveva partecipato a tante spartizioni, s’è opportunamente astenuta da questa votazione”.

Ma le eventuali dimissioni di due consiglieri non produrrebbero automaticamente la decadenza dell’attuale Consiglio di amministrazione…
“Vorrei proprio vederlo un CdA monocolore…nero! Sarebbe un golpe televisivo. Il Consiglio è già privo di presidente fin dal suo insediamento, perché il centrodestra vuole imporre alla guida della tv pubblica la candidata di Forza Italia, Simona Agnes, rappresentante del partito-azienda, il maggior concorrente della Rai. E perciò boicotta da mesi i lavori della Commissione parlamentare di Vigilanza, dove non riesce a raggiungere i due terzi dei voti previsti dalla legge. Le dimissioni dei due consiglieri dell’opposizione servirebbero, in primo luogo, a dissociare pubblicamente le loro responsabilità dalla malagestione. E, in secondo luogo, a sbloccare questa impasse e magari ad avviare un confronto in Parlamento sulla pseudo-riforma della Rai che, altrimenti, il centrodestra imporrà a colpi di maggioranza: come ha già fatto sulla giustizia, perdendo clamorosamente il referendum. E come tenterà di fare anche sulla riforma della legge elettorale”.

Si parla da decenni di riformare la Rai, ma la politica è divisa su come procedere. Secondo lei è necessaria questa riforma e, se sì, come dovrebbe essere impostata?
“La linea indicata dal Parlamento di Strasburgo è chiara: fuori la politica della Rai. E i leader dell’attuale opposizione, da Schlein a Conte, da Bonelli a Renzi, hanno sempre sostenuto – a parole – questa necessità. Occorre svincolare la Rai dal controllo della partitocrazia e del governo. Ma in realtà la proposta presentata dal centrodestra non fa che riportare la governance al Parlamento: se non è zuppa, è pan bagnato, come si suol dire”.

Da tempo la trasmissione Report, fiore all’occhiello del servizio radio televisivo italiano, è finita sotto attacco da parte della politica. Lei che idea si è fatto?
“La trasmissione di Sigfrido Ranucci è l’emblema di quell’informazione, e in particolare di quel giornalismo d’inchiesta, che dovrebbe essere la mission del servizio pubblico. E invece viene continuamente osteggiata, criticata, contestata dall’attuale maggioranza di centrodestra. Ma Report non è l’unico bersaglio designata di questa normalizzazione: anche “Petrolio” di Duilio Giammaria è stato ridimensionato e poi accantonato. Se non è una censura, poco ci manca”.