Rai, altro che Patto del Nazareno. Gasparri e Romani i veri registi delle scelte per viale Mazzini. E il Cavaliere non ha toccato palla

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“Una delle principali differenze tra un gatto e una bugia è che un gatto ha soltanto nove vite”, amava dire il famosa scrittore umorista americano Mark Twain. Se vivesse oggi, in Italia, dovrebbe rivedere il suo aforisma. Perché da noi, nell’agone della politica in particolare, le bugie (o semplici leggende metropolitane) hanno più di nove vite. Ne hanno un’infinità, determinata, da chi la declina. Prendete la storia del Patto del Nazareno. Come un fiume carsico il fantasma della sede romana del Pd (dove venne siglato il famoso accordo fra i due leader) riemerge ogni qualvolta c’è un accordo tattico fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Vero o verosimile che sia, fa comodo a tutti. Perché, in qualche modo, è assolutorio, consolatorio. Quasi salvifico. E l’intesa sulla Rai non è uscita da questo schema. Analisti e commentatori si sono affrettati, con una fretta sin troppo sospetta, a riesumare il Nazareno, attribuendo a questo luogo dell’anima le ragioni del nuovo Cda di viale Mazzini e la scelta di Monica Maggioni.

IL RETROSCENA
Eppure basta grattare un po’ per scoprire ben altra verità. Lato Pd risponde al vero che Luca Lotti, il mandarino renziano di Palazzo Chigi, e la zarina del cerchio magico Maria Elena Boschi abbiamo trattato con Forza Italia su nomi e nomine, eseguendo gli ordini del capo. Tanto che la fretta nel voler chiudere la partita li ha portati a compiere l’errore fatale dei pensionati nominati nel Cda. Cose che capitano a chi ha poca esperienza. Ma hanno agito in nome e per conto del partito e del Governo, seguendo quelle traiettorie interne votate a tenere nell’angolo la minoranza dem, volendo assicurare al cerchio magico il massimo risultato con il minimo sforzo. Lato Forza Italia, invece, la partita è stata seguita da Maurizio Gasparri e Paolo Romani e solo in minima parte da Gianni Letta. L’eminenza azzurrina non è più centrale come una volta è la sua apparizione in scena è strettamente connessa all’operazione Mazzuca, messa in piedi da Bruno Vespa. Il resto dei giochi lo hanno gestito Gasparri e Romani. Il vicepresidente del Senato, da sempre, è particolarmente attento, addentro, alle cose di casa Rai, dove vanta ancora un bel bacino di aficionados, mentre Romani ama molto il mondo dello spettacolo.  L’indicazione di Giancarlo Leone quale vice del direttore generale parte proprio da Romani e non da Berlusconi. L’esponente azzurro, già in passato, si era mosso sulla scacchiera di viale Mazzini. Quando fu scelta Lorenza Lei come direttore generale, i suoi veri sponsor politici furono Romani, Daniela Santanché e Gaetano Quagliariello, oggi esponente di primo piano del Nuovo centrodestra. Oggi come allora Silvio Berlusconi si è limitato a pronunciare un sì di massima sull’impianto generale dell’operazione fidandosi, ma non troppo, dei suoi colonnelli. Altro che Patto del Nazareno catodico.

SEMPRE LA STESSA STORIA
Ciò che è avvenuto, sotto gli occhi di tutti, sono i soliti giochi di potere di chi, da una posizione privilegiata, può gestire i propri interessi addossando al capo, Berlusconi in questo caso, tutte le responsabilità. E non è un caso se Augusto Minzolini, ex direttore del Tg1 oggi senatore di Forza Italia, prova ad alzare il sipario su questa ennesima piroetta azzurra spacciata per verità. “Vicenda Rai”, ha scritto su Twitter dopo la nomina della Maggioni, “dimostra che in FI l’inciucio non è categoria della politica ma dello spirito”. Non fa nomi, ma è chiaro che ce l’ha con i suoi colleghi. Non con Berlusconi che, in un successivo intervento, difende. “Il problema”, sostiene, “non è il Cav ma soprattutto chi gli sta attorno”. Con tutti gli altri, invece, ci va giù pesante. “Io penso”, afferma rispondendo a una follower – che per guarire FI non basti il politologo, ma ci voglia lo psicologo”. E per chi non avesse capito, un ultimo tweet alquanto audace. “Normalmente l’inciucio proficuo ha un angolo di 180 gradi. Non so perché ma quelli che combina FI con Renzi”, scrive, “hanno angoli di 90 gradi”. E si, quanto lavoro avrebbe avuto oggi Mark Twain. E non solo lui.