Una palestra non risolve i problemi del sistema penitenziario italiano. Un campo da calcio non cancella il sovraffollamento, le difficoltà psicologiche, la carenza di personale o la complessità del ritorno alla vita fuori dal carcere.
Eppure anche uno spazio può fare la differenza.
È da questa idea che nasce l’intervento avviato nel braccio G8 della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso, a Roma. Un progetto da circa 200mila euro, presentato il 22 ottobre dal Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, destinato alla riqualificazione della palestra interna e del campo sportivo esterno.
Il claim scelto dai promotori racconta bene il senso dell’iniziativa: “L’Articolo 33 della Costituzione è per tutti”.
Una frase che dentro un carcere assume un significato particolare. Perché la Costituzione riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva. Se quel valore è davvero universale, deve poter raggiungere anche chi sta scontando una pena.
Da 80 macchine per il fitness a un campo polifunzionale
La prima fase è già completata: nel reparto sono state portate 80 macchine per il fitness, donate da Matrix Italia insieme ad altre attrezzature.
Ora si lavora sulla palestra interna, circa 145 metri quadrati, dove sono previsti interventi sulla pavimentazione, l’adeguamento del quadro elettrico, la copertura dell’area e il miglioramento dell’illuminazione.
La terza fase interesserà il campo sportivo esterno, di circa 1.900 metri quadrati. Sarà sostituito il manto in erba sintetica e lo spazio sarà riconfigurato per consentire sia il calcio a 7 sia la pallavolo. Sono previste anche protezioni antitrauma sui pali e ulteriori interventi di messa in sicurezza.
Il progetto in numeri
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Intervento |
Cosa prevede |
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Investimento |
Circa 200.000 euro |
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Fitness |
80 macchine già consegnate |
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Palestra |
Circa 145 mq |
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Campo esterno |
Circa 1.900 mq |
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Attività |
Fitness, calcio a 7, pallavolo |
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Fine prevista dei lavori |
Gennaio 2027 |
A rendere possibile l’intervento sono il Ministero per lo Sport e i Giovani, la FIGC, l’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, gli enti di promozione sportiva ACSI, ASI, ENDAS e OPES, oltre a Matrix Italia.
Alla conferenza stampa hanno partecipato, tra gli altri, il ministro Abodi, la direttrice della Casa circondariale Teresa Mascolo, il presidente dell’ICSC Beniamino Quintieri, il capo staff dell’Ufficio di presidenza FIGC Luca Bergamini e i rappresentanti degli enti coinvolti.
Il carcere non può essere soltanto tempo che passa
La parte più importante del progetto, però, comincia oltre i metri quadrati e oltre il finanziamento.
Lo sport in carcere serve certamente a mantenersi in forma, ma può significare molto di più.
Vuol dire rispettare orari e regole, imparare a stare in una squadra, accettare una sconfitta, controllare l’aggressività, assumersi responsabilità nei confronti degli altri.
Significa, soprattutto, dare una struttura al tempo.
In una condizione in cui il rischio è che le giornate diventino soltanto qualcosa da sopportare, avere un allenamento, una partita, un obiettivo da raggiungere può restituire ritmo e prospettiva.
Ed è proprio qui che l’intervento di Rebibbia acquista un valore che va oltre il carcere.
Perché la domanda decisiva non è soltanto come si vive durante la detenzione.
È anche: come si prepara una persona al giorno in cui quella detenzione finirà?
Sport, competenze e lavoro: il reinserimento si costruisce prima dell’uscita
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Tradotto nella vita reale significa una cosa molto concreta: il reinserimento non può cominciare il giorno dopo l’uscita dal carcere. Deve iniziare molto prima.
Lo sport può essere una leva potente, ma non può essere l’unica.
Servono istruzione, formazione professionale, competenze digitali, capacità relazionali e contatti con il mondo esterno. Serve, soprattutto, la possibilità di costruire qualcosa che resti anche dopo la fine della pena.
Ed è proprio su questo terreno che La Notizia vuole provare a fare un passo in più.
La Notizia lancia la sfida: portare il giornalismo dentro il carcere.
Non un laboratorio simbolico, ma un vero percorso di formazione su scrittura, fonti, interviste, verifica delle notizie e competenze digitali.
Un progetto capace di lasciare competenze, un portfolio e, dove possibile, aprire la strada anche a future collaborazioni professionali.
Per realizzarlo serve una rete.
La Notizia cerca istituzioni, imprese, fondazioni e professionisti pronti a sostenere questa sfida.
Perché una seconda possibilità non dovrebbe essere soltanto raccontata. Dovrebbe essere costruita.
Una redazione dentro il carcere
L’idea è quella di partire con un progetto pilota rivolto a un piccolo gruppo di persone detenute, accompagnandole progressivamente all’interno del lavoro giornalistico.
Si partirebbe dalla scrittura: come trasformare un fatto in una notizia, come costruire un testo chiaro, come scegliere ciò che è davvero importante.
Poi le fonti.
Perché fare giornalismo significa prima di tutto imparare che una voce non basta. Che una notizia deve essere verificata. Che un’opinione non è automaticamente un fatto.
E ancora: interviste, titoli, revisione dei testi, lavoro redazionale, strumenti digitali.
Raccontare il carcere dall’interno
Il carcere viene raccontato quasi sempre da fuori.
Lo raccontano le istituzioni, la politica, i sindacati, i garanti, gli avvocati, i giornalisti.
Sono tutti punti di vista necessari, ma molto più raramente chi vive la detenzione viene messo nelle condizioni di acquisire strumenti professionali per raccontare un fatto, verificare una fonte, fare un’intervista, distinguere una testimonianza da una notizia.
Una redazione dentro il carcere può lavorare proprio su questo confine.
Non uno spazio senza regole. Al contrario.
Imparare il giornalismo significa capire che ogni parola comporta una responsabilità. Che una versione dei fatti deve essere confrontata con le altre. Che raccontare non significa semplicemente parlare di sé.
E, quando esistano le condizioni, anche qualcosa di più: la possibilità di trasformare la formazione in occasioni di lavoro.