Recessione democratica globale: il rapporto Human Rights Watch 2026 dagli Stati Uniti al caso Italia

Dal ritorno di Trump allo svuotamento dei diritti in Europa: il World Report 2026 indica l’Italia come caso avanzato

Recessione democratica globale: il rapporto Human Rights Watch 2026 dagli Stati Uniti al caso Italia

Anno nuovo e sempre meno diritti. Il World Report 2026 di Human Rights Watch (HRW) fotografa un mondo che arretra sul terreno dei diritti mentre continua a proclamarsi democratico. Human Rights Watch è un’organizzazione internazionale indipendente che documenta violazioni dei diritti umani sulla base di ricerche sul campo, atti ufficiali e analisi giuridiche.

Il filo che attraversa il rapporto è quello che l’organizzazione definisce una “recessione democratica”: elezioni che continuano a celebrarsi, istituzioni che restano formalmente in piedi, ma diritti civili, libertà fondamentali e garanzie giuridiche progressivamente svuotati. A fare da apripista, secondo HRW, sono gli Stati Uniti di Donald Trump, tornati a esercitare un’influenza globale che legittima pratiche autoritarie e normalizza l’abuso come strumento di governo.

La recessione democratica come metodo di governo

Il rapporto ricostruisce come l’amministrazione Trump abbia attaccato frontalmente il sistema multilaterale dei diritti umani. Le sanzioni contro giudici e procuratori della Corte penale internazionale impegnati sulle indagini per Gaza, il boicottaggio degli organismi Onu, la politicizzazione dei report ufficiali sui diritti umani e l’uso disinvolto della forza contro migranti e oppositori interni vengono indicati come elementi di una strategia coerente. Non episodi isolati, ma un messaggio politico: le regole valgono finché servono. Quando diventano un vincolo, si aggirano o si delegittimano.

Questo clima, osserva HRW, ha effetti a catena. Governi autoritari trovano una copertura internazionale, mentre democrazie formali adottano pratiche di compressione dei diritti presentandole come risposte tecniche a problemi di sicurezza, migrazione o ordine pubblico. L’Europa, in questo quadro, appare sempre meno come un argine. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, la criminalizzazione della solidarietà, l’espansione dei poteri di polizia e la riduzione degli spazi di protesta vengono descritte come una tendenza continentale, accelerata dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

Il rapporto e il capitolo Italia

Dentro questo scenario si colloca il capitolo italiano, che Human Rights Watch tratta come uno dei casi più avanzati di adattamento nazionale alla recessione democratica. L’Italia viene descritta come un Paese che “ha adottato un approccio repressivo nel controllo della migrazione, detenendo in Albania persone in attesa di rimpatrio e ostacolando le operazioni umanitarie di soccorso in mare”, accettando frizioni crescenti con il diritto internazionale come nel caso in cui “ha apertamente ignorato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un funzionario libico (Almasri, ndr) accusato di crimini contro l’umanità”.

Il modello dei centri in Albania, prima concepiti per l’esame delle domande d’asilo e poi riconvertiti in strutture di detenzione per persone già destinatarie di espulsione, è indicato come esempio emblematico. I ripetuti stop dei tribunali italiani, le riserve del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la sentenza della Corte di giustizia Ue che certifica l’inadempienza italiana sugli standard d’asilo non modificano l’impianto politico della misura.

Il rapporto insiste anche sulla continuità della cooperazione con la Libia, rinnovata automaticamente nonostante le violazioni documentate nei centri di detenzione e gli episodi di violenza in mare.

Sicurezza, controllo e svuotamento delle garanzie

Sul piano interno, Human Rights Watch conclude il rapporto con una valutazione sullo Stato di diritto, nel quale segnala un rafforzamento dell’approccio securitario che travalica il tema migratorio. ll decreto sicurezza, convertito in legge a giugno, “inasprisce le pene per la partecipazione a manifestazioni non autorizzate, introduce il reato di rivolta per le proteste nelle carceri, nei centri di detenzione e nei centri di accoglienza per migranti (anche attraverso la resistenza passiva agli ordini o alle regole), e prevede nuove aggravanti per i reati di violenza, minaccia o resistenza a un pubblico ufficiale”.

Nel quadro tracciato da Human Rights Watch, l’Italia non appare come un’eccezione, ma come un Paese che sperimenta, anticipa e rende praticabili scelte che altrove restano oggetto di dibattito. La recessione democratica, suggerisce il rapporto, non arriva con i carri armati o con la sospensione delle elezioni. Avanza per accumulo di atti amministrativi, decreti, accordi bilaterali e silenzi istituzionali. Ed è proprio in questa normalità operativa che, oggi, si misura la sua pericolosità.