Recovery Fund, vittoria storica di Conte e débâcle per i tifosi del Mes. Accordo raggiunto nella notte: il premier italiano strappa 209 miliardi di euro

dalla Redazione
Politica

Al tavolo delle trattative è stato sempre chiaro e perentorio su un aspetto Giuseppe Conte: l’Italia non avrebbe mai accettalo compromessi al ribasso. Non si tratta solo di soldi e del futuro dell’Europa, anche di dignità. Lo aveva detto sin dall’inizio del difficile negoziato che ha visto il nostro Paese saldamente schierato contro le assurde pretese dei frugali e in particolare dell’olandese Mark Rutte, che si sarebbe battuto “fino alla fine perché le risorse fossero cospicue e favorissero la ripresa”. E stando a quanto risulta dai primi calcoli, sulla base di quanto proposto dal presidente del Consiglio Ue Charles Michel, accettata nella notte, vale a dire un Recovery Fund invariato di 750 miliardi complessivi ma ripartito in 390 miliardi di sussidi e 360 di prestiti, all’Italia arriverà un totale di 209 miliardi con le sovvenzioni che si aggireranno attorno ai 81 miliardi a fondo perduto e i prestiti a circa 128 miliardi. Si tratterebbe di un ammontare dei sussidi inferiore di 3,84 miliardi rispetto a quanto contenuto nella proposta della Commissione ma fino a domenica sembrava che le differenze fossero insormontabili e lo stallo difficilmente superabile, ma alla fine un compromesso andava trovato, e quindi tutti sapevano di dover cedere qualcosa. E così e stato ma mentre tutti i Paesi stavano accettando una riduzione a 700 miliardi complessivi, Conte in tutte le sue bilaterali ha incessantemente insistito su una cifra che avesse “un forte valore di risposta ai cittadini italiani ed europei”. Anche se le sovvenzioni scendono sotto la soglia “psicologica” dei 400 miliardi, non riducono di molto la parte destinata ai piani di rilancio rispetto alla proposta iniziale, i paesi mediterranei possono dirsi sicuramente soddisfatti. In ogni caso non ne è uscito con le ossa rotte nemmeno il falco Rutte che ha costretto Michel, von der Leyen, Merkel, Macron e tutti gli altri a scendere a patti con lui riuscendo ad aumentare i “rebates”, cioè gli sconti al bilancio per sé e per tutta l’area dei paesi frugali (anche la Germania ne usufruirà) e  dimostrando ai suoi elettori di aver saputo tenere testa all’asse franco-tedesco.

Questo è un aspetto non secondario: “Il principio è che, specialmente quando si parla di sussidi, occorre sapere in modo anche più rigoroso se le riforme si fanno. E questa è la mia priorità”, aveva annunciato perentorio Rutte che in vista delle prossime elezioni, a marzo 2021, ha il fiato sul collo dei sovranisti Thierry Baudet e, soprattutto, Geert Wilders che gli aveva intimato di non tornare a casa senza potere di veto sul Recovery Fund. Ma su questa partita, la dura battaglia sulla governance, non meno importante per il premier olandese di quella sull’entità degli aiuti gli è andata un po’ peggio:  Rutte avrebbe voluto l’unanimità sul controllo sulle riforme degli altri, sostanzialmente il potere di veto. Si è trovato un compromesso che potrebbe non scontentare l’Italia, che si opponeva fermamente all’opzione “unanimità”: il meccanismo chiamato “super freno d’emergenza”, che consente ad un Paese di portare i suoi dubbi sui piani di riforma all’Ecofin, ed eventualmente anche al Consiglio europeo, ma con un processo non automatico. La nuova proposta del presidente Michel prevede che i piani presentati dagli Stati membri vengano approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata (quindi non all’unanimità) in base alle proposte presentate dalla Commissione. In ogni caso, al netto di limature, come ha dichiarato lo fiducioso lo stesso Michel presentando le sue bozze, ora “un accordo è possibile”. E anche Conte vuol chiudere la partita, basta “tergiversare” , è tempo di “finalizzare”.