Reddito di cittadinanza, cade la balla dei poltronari. L’Anpal: in due anni il 30,2% dei percettori ha trovato un lavoro. Circa due terzi dei nuovi contratti attivabili sono però a termine

reddito di cittadinanza
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

La narrazione secondo cui i beneficiari del Reddito di cittadinanza stiano tutto il giorno a poltrire sul divano e facciano gli schizzinosi, disdegnando le offerte di lavoro che ricevono, viene smentita con fermezza dal Rapporto Anpal (qui il focus). Secondo l’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro sono oltre 1,8 milioni i beneficiari del Reddito di cittadinanza che dal marzo 2019, data dell’introduzione della misura, a settembre 2021 sono risultati attivabili.

Tra questi 546.598, in pratica tre su dieci, hanno avuto almeno un nuovo contratto di lavoro in questo periodo. Secondo l’Anpal c’erano poi circa 320mila persone che hanno avuto il sussidio pur avendo già un lavoro (i cosiddetti working poor). Sono oltre 1,5 milioni i contratti attivati a beneficiari Rdc di cui 1,2 milioni nuovi. Circa 725mila persone sono state indirizzate ai centri per l’impiego con un rapporto di lavoro in misura mentre 546mila sono quelli che hanno attivato almeno un nuovo rapporto.

LAVORO INSTABILE. Circa due terzi dei nuovi contratti attivabili sono a termine. L’Anpal sottolinea che l’ingresso nel reddito di cittadinanza “non sembra aver portato i beneficiari ad abbandonare la ricerca di un lavoro e, soprattutto, non sembra ne abbia innalzato il relativo salario di riserva a tal punto da indurli a rifiutare occupazioni a termine anche se di breve o brevissima durata”. In pratica il reddito non disincentiva la ricerca di lavoro, come tante volte ci è stato raccontato. Le difficoltà sono più che altro nella lontananza di molte delle persone attivabili dal mercato del lavoro.

Il 48,5% della platea degli occupabili è più vicino al mercato del lavoro mentre il 51,5% è difficilmente occupabile perché non ha avuto un rapporto di lavoro nei tre anni precedenti l’accesso alla misura. La disaggregazione delle platee per caratteristiche anagrafiche “dimostra una maggiore vicinanza al mercato del lavoro per gli utenti delle regioni del Nord e del Centro, per gli uomini, per i percettori con una età compresa tra i 30 e i 50 anni e per gli individui con cittadinanza diversa da quella italiana”.

Per le persone più vicine al mercato del lavoro la quota di coloro che hanno avuto un nuovo contratto è del 45,9% mentre è al 15,4% per quelli più lontani. La difficoltà ad intercettare nuova occupazione aumenta al crescere della distanza dall’ultima esperienza di lavoro. Coloro che hanno perso l’occupazione nell’anno precedente l’accesso al beneficio registrano un nuovo rapporto di lavoro nel 55,8% dei casi, un dato di oltre 22 punti percentuali superiore ai quanto si registra per coloro che hanno perso il lavoro due anni prima dell’ingresso in misura e di quasi 30 punti rispetto a chi aveva perso l’ultima occupazione nel terzo anno precedente l’accesso al beneficio (26,5%).

Gli uomini presentano maggiore capacità di intercettare nuova occupazione, con un’incidenza che si attesta al 37,9% a fronte del 23,2% registrata per le donne. Il lavoro che si trova è spesso precario. La quota di contratti a tempo determinato di durata non superiore ai 3 mesi sfiora il 69%, e, in particolare, più di un terzo non supera il mese. Se l’Italia non avesse avuto la misura, la pandemia sarebbe stata devastante dal punto di vista sociale, ha dichiarato Raffaele Tangorra, commissario straordinario Anpal. Che ha però messo in guardia dal rischio di “creare trappole” della povertà: occorre “disegnare bene il beneficio per evitare che chi entra ci rimanga vita natural durante”. Continuare a stimolare la ricerca del lavoro rimane la chiave.