Referendum costituzionale, è scontro Massimo nel Pd. D’Alema lancia il comitato per il No e attacca Boschi e Renzi. Ecco chi c’era al cinema Farnese

dalla Redazione
Politica

Alea iacta est. A dirlo, questa volta, non è stato Giulio Cesare superando il Rubicone, ma Massimo D’Alema ieri al cinema Farnese di Roma. Alla fine, infatti, dopo tanti e tanti ripensamenti, il dado è stato tratto. “Fonderemo un comitato nazionale per il No. Il presidente sarà Guido Calvi“. Così l’ex premier, dopo un periodo passato in sordina, ha aperto il suo intervento all’appuntamento al cinema Farnese di Roma, dove ha invitato quella parte del centrosinistra schierata per il voto contrario al referendum costituzionale voluto dal governo Renzi.

“Calvi non ha la tessera del Pd” ha detto l’ex premier, che poco prima aveva sottolineato come l’obiettivo della sua azione non è quello di dividere il partito di cui fa parte. Anzi: il Pd, a sentire D’Alema, poco o nulla ha a che fare con l’iniziativa. “Non abbiamo nuovi capicorrente. Non ci interessa il Pd come oggetto del nostro impegno, ma ci interessa il Paese. C’è un sistema democratico fortemente indebolito” ha detto, puntualizzando che la nascita del comitato non coincide con l’appuntamento odierno “perché aspettiamo altre adesioni“. Non poteva mancare il riferimento agli attacchi subìti per la posizione contraria a quel Sì tanto auspicato dai vertici del Pd renziano: “Siamo stati sottoposti ad accuse di ogni genere: noi non siamo qui per un’iniziativa che vuole dividere il Pd” ha aggiunto, prendendo le distanze e rispondendo indirettamente alle critiche di molti fondatori del partito.

All’assemblea organizzata da D’Alema al cinema Farnese, però, c’erano tanti e tanti volti. Da Carlo Freccero, ai senatori della minoranza Pd Paolo Corsini, Lucrezia Ricchiuti e Massimo Mucchetti. In platea anche il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana Arturo Scotto e Alfredo D’Attorre, deputato ex Pd e ora Sinistra italiana (SI). Ma in platea c’erano anche diversi portavoce: da quello di Pier Luigi Bersani, Stefano Di Traglia, a Chiara Rinaldini che da anni lavora con Rosy Bindi.

Alla base del fermo No di D’Alema alla riforma costituzionale, c’è innanzitutto una constatazione: “La maggioranza che ha cambiato la Costituzione non aveva il mandato per farlo. E’ una maggioranza trasformista, formata grazie alla trasmigrazione di parlamentari eletti sulla base di una legge incostituzionale” ha detto Massimo D’Alema, secondo cui “sarebbe un vizio di origine grave che costituisce un precedente preoccupante”. La riforma costituzionale fatta da Silvio Berlusconi, poi, per D’Alema “non è molto diversa da questa per cui è difficile che chi si oppose allora voti ora a favore di una riforma che riprende dei temi in qualche caso peggiorandoli”. Ma dietro le decisioni dell’ex premier ci sono ragioni di metodo e di merito. “Se la Costituzione viene derubricata a legge ordinaria viene meno la stabilità delle Istituzioni che è molto più importante della stabilità di governo“. Secondo l’ex premier il mix tra riforma costituzionale e Italicum riduce “la questione democratica al tema della governabilità, ma la democrazia non può essere ridotta a governabilità e non sono le leggi elettorali a garantire la stabilità dei governi”. A sentire D’Alema, poi, “la teoria la sera stessa si saprà chi ha vinto è priva di fondamento: se l’Italicum sarà riconosciuto costituzionale basta che 35 deputati cambino opinione e la governabilità è finita”.

CALENDE GRECHEIntanto il referendum pare slittare sempre di più. Fino al limite temporale che ha il Governo per l’indizione ufficiale. La ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, partecipando alla Festa dell’Unità a Torino, si è sbilanciata sulla data del referendum: “C’è tempo per indirlo fino al 13 settembre. Poi in base alla legge il voto si svolgerà in una data compresa tra 50 e 70 giorni. È quindi probabile che si svolga tra la fine di novembre e i primi di dicembre”. Insomma, sono lontani i tempi in cui Palazzo Chigi aveva fretta e si parlava di un voto a ottobre. Ma non basta. Perché la Boschi ha seguito il nuovo corso renziano anche sulla minimizzazione degli effetti della consultazione. Perché, ha detto la ministra, “se vince il no, non è la fine del mondo”. O, perlomeno, non lo è più.