Referendum giustizia, le contraddizioni del governo su indipendenza dei giudici e politicizzazione

Indipendenza garantita a parole, attacchi alle sentenze e campagna politica nei fatti: le fratture del fronte del Sì sul referendum

Referendum giustizia, le contraddizioni del governo su indipendenza dei giudici e politicizzazione

La promessa è sempre la stessa. La riforma «non tocca l’indipendenza dei giudici». Carlo Nordio lo ripete in Parlamento e nelle interviste: la separazione delle carriere «non è punitiva», il pubblico ministero «rimarrà indipendente esattamente com’è oggi». Giorgia Meloni parla di intervento tecnico, di garanzia della terzietà, di modernizzazione dell’ordinamento. Poi arrivano le decisioni sgradite.

Quando il Tribunale di Roma ha negato la convalida dei trattenimenti nei centri per migranti in Albania applicando il diritto europeo, il ministro ha definito la sentenza «abnorme». La presidente del Consiglio ha accusato i giudici di occupare spazi che non competono loro. Esponenti di maggioranza hanno evocato ispezioni e responsabilità disciplinari. La linea ufficiale resta quella dell’autonomia intatta; la reazione politica, invece, colpisce il merito della decisione e il magistrato che l’ha firmata.

Il caso della mail del magistrato Marco Patarnello, divulgata da alcuni media e rilanciata dalla premier dopo uno scambio interno all’Anm, completa il quadro. La riforma viene presentata come strumento per rafforzare la dignità delle toghe; la comunicazione politica espone al pubblico ludibrio un magistrato per un’opinione espressa in un circuito privato. Le due traiettorie viaggiano parallele.

“Non politicizzate”, mentre la campagna del referendum è politica

Nordio invita a non trasformare il referendum in un voto sul governo. Arianna Meloni dichiara che la consultazione riguarda principi ordinamentali, non la sorte dell’esecutivo. L’impostazione ufficiale richiama sobrietà istituzionale.

Intanto la campagna del Sì assume un profilo identitario. Sulle pagine social di Fratelli d’Italia compaiono card con slogan come «Vota Sì per una giustizia più efficace e veloce», nonostante lo stesso ministro abbia riconosciuto che la riforma costituzionale non incide sui tempi dei processi. Altre immagini associano il No a giudici che rimettono in libertà i clandestini o a magistrati che ostacolano i trasferimenti in Albania. Il messaggio è lineare: il referendum diventa lo scontro tra il governo e una magistratura dipinta come controparte politica.

Matteo Salvini parla di «toghe rosse» in relazione a decisioni giudiziarie. La presidente del Consiglio definisce «menzogne» le critiche dell’Anm. Un manifesto del comitato per il Sì accosta la scritta «Loro votano No» a immagini di scontri di piazza. L’appello alla moderazione convive con una comunicazione che carica di significato politico ogni atto giurisdizionale.

Indipendenza proclamata, controllo evocato

Altro passaggio: il pubblico ministero. Nordio assicura che resterà indipendente. In più occasioni, però, esponenti della maggioranza sostengono che i magistrati «non possono più fare quello che vogliono» e che devono «rispondere» delle loro scelte investigative. Il ministro definisce i Pm superpoliziotti «senza alcuna reale responsabilità». La categoria della responsabilità viene evocata in termini che richiamano modelli nei quali l’azione penale è legata a priorità fissate dal potere politico.

Sul rapporto tra autorità giudiziaria e polizia giudiziaria, disciplinato dall’articolo 109 della Costituzione, si registrano dichiarazioni di apprezzamento per sistemi in cui le forze investigative dipendono dall’esecutivo. In pubblico si afferma che l’assetto resta invariato; nel dibattito politico si suggerisce un riequilibrio che sposta il baricentro verso il governo.

La sequenza è costante. Si nega che la riforma incida sulla libertà dei giudici. Si chiede di non politicizzare il referendum. Si accusa il fronte del No di alzare i toni. Poi si attaccano sentenze, si etichettano magistrati, si trasforma la consultazione in un giudizio sull’esecutivo, si utilizzano immagini e slogan che riducono l’avversario a caricatura. Le dichiarazioni restano agli atti. E mostrano una frattura tra ciò che viene detto in sede istituzionale e ciò che viene praticato nella comunicazione politica quotidiana.