Referendum, il giorno del voto. Dal bicameralismo ai costi, ecco le ragioni del Sì e quelle del No a confronto

dalla Redazione
Politica

Aperti i seggi per il referendum. Gli italiani decidono sulla riforma costituzionale asse centrale del Governo di Matteo Renzi, che proprio per avrà ripercussioni anche sulla stessa permanenza dell’attuale premier a Palazzo Chigi. Nell’attesa di sapere chi vincerà, andiamo a conoscere nel dettaglio quali sono le ragioni del Sì alla riforma e quali – al contrario – le ragioni del No.

RAGIONI DEL SÌ

Giù i costi della politica, approvazione delle leggi in tempi più rapidi, più potere ai cittadini. Ma, soprattutto, la fine del bicameralismo perfetto (o paritario). Sono queste le principali ragioni dei sostenitori del Sì al referendum di domani, domenica 4 dicembre. Ecco le 5 principali innovazioni che, secondo loro, questa riforma costituzionale porterebbe se venisse approvata dai cittadini.

1 – Bicameralismo paritario. Per i sostenitori del Sì, se la riforma passasse l’Italia smetterebbe di essere l’unico Paese europeo in cui le due Camere hanno gli stessi poteri. Così, è il ragionamento, soltanto la Camera dei deputati darebbe la fiducia al Governo mentre il Senato sarebbe rappresentativo di Comuni e Regioni. Nel corso della lunga campagna elettorale, il premier ha ricordato spesso i 63 Governi che si sono alternati nei 70 anni di storia della Repubblica. Con l’approvazione della riforma ci sarebbe quindi una maggiore stabilità dell’Esecutivo.

2 – Approvazione delle leggi. L’altra principale questione riguarda l’iter di approvazione delle leggi. Per i sostenitori del Sì, il ddl che porta il nome della ministra Maria Elena Boschi garantisce un percorso più rapido per i provvedimenti, che non sarebbero più costretti a fare avanti e indietro fra Camera e Senato. Eccezion fatta per alcune materie – come le leggi di ratifica dei trattati dell’Unione europea – Palazzo Madama avrà al massimo 40 giorni per proporre eventuali modifiche. Ma la Camera potrebbe anche non accoglierle.

3 – Costi della politica. Per il Governo, l’approvazione della riforma porterebbe a 500 milioni di euro di risparmi l’anno. Riduzione che avverrebbe non solo grazie al taglio del numero dei parlamentari, con i senatori che passerebbero da 315 a 100, e dei loro staff. Ma anche grazie all’abolizione delle province, che verrebbero eliminate dalla Costituzione, e al tetto alle indennità dei consiglieri regionali, che non potrebbero guadagnare più del sindaco del comune capoluogo di regione. Non solo. C’è anche l’abolizione del Cnel che da solo, nei calcoli del Governo, porterebbe un risparmio di 20 milioni.

4 – Potere dei cittadini. I sostenitori del Sì fanno leva su un aumento della democrazia partecipativa, visto che il Parlamento si troverebbe obbligato a discutere le leggi di iniziativa popolare (per presentarle servirà raccogliere 150mila firme). Verrebbero poi introdotti i referendum propositivi e di indirizzo e si abbasserebbe il quorum per quelli abrogativi.

5 – Competenze Stato-Regioni. I favorevoli alla riforma dicono che questa eliminerebbe le competenze “concorrenti”, semplificando i rapporti fra Stato e Regioni. Lo Stato avrebbe competenza esclusiva su materie come l’ambiente, i trasporti, l’energia, la sanità, i beni culturali e il turismo. Soltanto alle realtà più “virtuose” verrebbero concesse maggiori competenze.

 

RAGIONI DEL NO

Meno poteri ai cittadini, un risparmio risibile, il bicameralismo paritario che non sparirebbe del tutto rimanendo in vita su alcuni temi specifici, creando conflitti tra Stato e Regioni. Eccoli, al contrario, i motivi del fronte del No al ddl Boschi. Di seguito le 5 principali criticità che, per gli oppositori, questa riforma presenta e che rischiano di provocare più danni che benefici.

1 – Bicameralismo paritario. Se approvata, dicono quelli del No, la riforma porterebbe ad un sistema più confuso. Il bicameralismo paritario infatti non scomparirebbe rimanendo in vita su alcuni temi, dando corpo a conflitti sia tra Montecitorio e Palazzo Madama sia tra Stato e Regioni. L’altro rischio riguarda il cosiddetto “combinato disposto” tra la riforma costituzionale e l’Italicum, che aprirebbe al pericolo dell’“uomo solo al comando” visto che la Camera sarebbe appannaggio della maggioranza – grazie al premio previsto dalla legge elettorale – e il Senato depotenziato.    

2 – Approvazione delle leggi. Non è vero che con la riforma il procedimento di approvazione di una legge sarebbe più rapido, spiega il fronte del No. Anzi. La motivazione? Le norme che regolano il Senato delle autonomie produrrebbero addirittura fino a dieci procedimenti legislativi diversi. Non solo. Su alcune materie, come detto poc’anzi, il sussistere del bicameralismo paritario porterebbe ad un potenziale aumento dei ricorsi alla Consulta sulla suddivisione delle competenze delle Camere.   

3 – Costi della politica. Ma quali 500 milioni. I risparmi sarebbero in realtà molto più contenuti, sostengono gli oppositori della riforma. I Costi del Senato verrebbero ridotti solo di 1/5, visto che ai suoi nuovi inquilini spetterebbe comunque un’indennità di trasferta. Anche i dipendenti delle province non saranno licenziati ma redistribuiti, mentre l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro porterebbe a 3 milioni di risparmi e non 20: la riforma ha infatti disposto che tutto il personale venga assunto dalla Corte dei Conti.   

4 – Potere dei cittadini. Questa riforma in realtà lo riduce, dicono i contrari al ddl Boschi. Per prima cosa, il numero delle firme per la presentazione di una legge di iniziativa popolare viene triplicato, passando dalle attuali 50mila a 150mila. Critiche anche sul numero di adesioni (800mila) che permetterebbero di abbassare il quorum dei referendum abrogativi al 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni Politiche.  

5 – Competenze Stato-Regioni. Se vincesse il Sì, sostiene il fronte del No, le Regioni perderebbero la loro autonomia, anche se non cambierebbe niente per quelle a statuto speciale. Inoltre, i conflitti con lo Stato continuerebbero a rimanere in piedi perché su molte materie la competenza esclusiva statale sarebbe limitata alle “disposizioni generali e comuni”: una definizione ambigua che lascia spazio a troppe interpretazioni.