Referendum, la rivolta del Sud contro Meloni: con la riforma bocciata la politica anti-meridionalista del governo

Dal taglio della decontribuzione alla sanità che non c'è: ecco perché il Mezzogiorno ha punito il governo al referendum

Referendum, la rivolta del Sud contro Meloni: con la riforma bocciata la politica anti-meridionalista del governo

Il 75,5% di No a Napoli è un numero che fa male a leggere se sei Giorgia Meloni. Il referendum sulla separazione delle carriere aveva poco a che fare con una questione partenopea: quel dato dice qualcosa sul rapporto tra il suo governo e il Mezzogiorno che nessuna intervista a un podcast può correggere.

Il Sud aveva votato centro-destra nel 2022 con la stessa logica con cui lo fa da decenni: la speranza che qualcuno, finalmente, si ricordasse di lui. Solo che poi ci si dimentica sempre. E stavolta si è dimenticato prima del solito.

Nicola Ricci, segretario generale della Cgil Napoli e Campania, ha parlato di «un segnale forte al governo, con un’azione di contrasto all’impostazione anti-costituzionale e anti-meridionalista di Giorgia Meloni». La parola anti-meridionalista è precisa, non urlata. Descrive una sequenza di scelte concrete.

I numeri del tradimento

La prima è stata la Decontribuzione Sud. Nel 2023, lo sgravio del 30% sui contributi previdenziali aveva coperto 2 milioni di contratti per oltre 3,6 miliardi di euro. La Legge di Bilancio 2025 l’ha smontata: per le grandi imprese è sparita dal 1° gennaio 2025, per le Pmi è stata ridisegnata con aliquote decrescenti e tetti mensili che prima non c’erano. Il taglio vale 5,9 miliardi per il solo 2025, sostituiti da un fondo che, secondo il 51° Rapporto Svimez del novembre 2025, ammonta a «circa la metà di quanto tagliato, senza ancora una chiara destinazione né uno strumento attuativo». Le stime dell’associazione: 25.000 posti a rischio.

E poi c’è la manovra nel suo complesso. La Svimez ha certificato che nel biennio 2025-2026 il Mezzogiorno «non beneficia affatto della maggiore spesa disposta» dall’esecutivo «e anzi subisce una decurtazione»: il beneficio dell’espansione fiscale è nel Centro-Nord «circa il doppio» rispetto al Sud. Adriano Giannola, presidente della Svimez, ha sintetizzato: «Si riapre il divario». Del resto i dati lo confermano senza appello. I salari reali nel Mezzogiorno sono crollati del 10,2% tra il 2021 e il 2025, contro il -8,2% del Centro-Nord. Nel 2024 le famiglie meridionali in povertà assoluta sono aumentate di centomila unità.

Un Sud che si svuota

Il territorio si svuota e il governo non risponde. Nel 2024, il saldo migratorio interno del Sud è stato negativo per 52mila residenti (fonte: Istat). Tra il 2002 e il 2024, 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per il Nord, con una perdita netta di 270mila unità. Il costo annuo, calcolato dalla Svimez, è 6,8 miliardi di euro di capitale umano sottratto al territorio che li ha formati.

Gigia Bucci, segretaria generale della Cgil Puglia, ha spiegato che la sua regione è quella «con i salari più bassi e l’incidenza maggiore di povertà relativa» e che «il governo ha fallito e rischia di peggiorare i divari e le condizioni di vita del Mezzogiorno». La Puglia è anche, secondo Istat, la regione italiana che ha perso più abitanti nel 2024 in termini assoluti: 13.266 in meno in un anno. La sanità racconta la stessa storia: nel 2022 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto il record storico di 5,04 miliardi di euro, con il Mezzogiorno che ne concentra quasi l’80% del passivo. In Sardegna, secondo i dati Istat, nel 2024 il 17,2% della popolazione ha rinunciato a curarsi.

A tutto questo si aggiunge la crisi dell’automotive. Lo stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi (Potenza), già a -87% rispetto ai valori pre-Covid, da giugno 2025 a giugno 2026 ha 3.888 lavoratori su 4.860 in Cassa Integrazione Straordinaria in deroga: l’80% della forza lavoro. Il governo ha aperto un tavolo, ha attribuito la crisi alle norme europee del Green Deal, non ha stanziato risorse straordinarie né ottenuto impegni vincolanti dall’azienda.

Il 75,5% di No a Napoli, quindi, non era solo un voto sulla magistratura. Era il conto. Cca nisciun è fess, dicono laggiù. E hanno ragione.