Giorgia Meloni ha talmente tanta strizza di perdere il referendum sulla Giustizia che si trova costretta a raschiare il fondo del barile. La premier infatti è stata ospite persino del Podcast del cantante Fedez per sostenere il sì alla riforma del suo governo. Secondo quanto ha reso noto il programma del cantante la segretaria del Pd Elly Schlein “ha declinato l’offerta in data 17 marzo, mentre nessuna risposta è arrivata dal leader 5 Stelle” Giuseppe Conte. La premier nel corso del Podcast ha ribadito le cose che va dicendo da tempo sulla riforma, dando spazio anche a qualche considerazione sulla politica internazionale, ovvero ha ribadito che l’Italia non intende prendere parte al conflitto con l’Iran. Per il resto ha sciorinato le stesse cose.
Meloni raschia il fondo del barile: da Fedez per tirare la volata al Sì
“Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia. Anche chi non condivide questo governo dovrebbe valutare nel merito una riforma che punta a migliorare il funzionamento del sistema”, ha detto la presidente del Consiglio. Se dovesse vincere il no “non mi dimetterei – ha ribadito – perché è mia intenzione terminare il mandato, portare a termine il lavoro e confrontarmi al cospetto degli italiani, facendomi poi giudicare sul complesso del lavoro che ho fatto. Quindi, se tu oggi voti No solo per mandare a casa la Meloni, potrebbe esserci il rischio che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone”, ha detto, confessando in realtà la paura per il peso politico che potrebbe avere un’eventuale sconfitta al referendum.
Dopo il voto clientelare, un altro Fratello d’Italia contro le toghe. Zaffini: Pm come il cancro
Nel salotto di Nicola Porro su Rete4 Meloni ha sostenuto di aver sentito dire “cose incredibili su quello che accadrà se passa la riforma della giustizia”. Un’affermazione ipocrita non solo perché Meloni è stata la prima a prefigurare scenari apocalittici se non passa la riforma, dagli stupratori in libertà ai figli strappati alle madri, ma perché i sostenitori del sì continuano a usare toni che le opposizioni considerano inaccettabili.
Dopo la bufera scatenata dalle frasi del deputato di FdI Aldo Mattia, che in un evento elettorale in Basilicata ha invitato a usare anche “il solito sistema clientelare” per “vincere la battaglia” per il Sì, ieri ad appiccare un nuovo incendio sono state le parole del senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini.
”La capo di Gabinetto del ministro è stata portata su tutte le prime pagine dei giornali perché ha detto che è un plotone d’esecuzione quando caschi davanti alla magistratura. Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. E’ peggio di un plotone d’esecuzione”, ha detto Zaffini intervenendo a Terni a un convegno per il sì al referendum lo scorso 14 marzo. “Un fatto gravissimo che colpisce direttamente le istituzioni della Repubblica”, ha denunciato il gruppo territoriale del Movimento 5 Stelle. Che ha diffuso il video dell’intervento.
Il M5S sulle barricate: Zaffini inaccettabile
“Con un plotone d’esecuzione sai che devi morire – ha detto ancora Zaffini – e ti chiedi quanto manca…. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, chi ha condotto le indagini, non sai cosa ti capiterà”. Ribadire l’inaccettabile paragone dei magistrati a un plotone di esecuzione è stato grave – ha detto il Movimento -, ma definire la magistratura ‘peggio di un cancro’ non è una provocazione: è un attacco diretto a uno dei poteri dello Stato previsti dalla Costituzione.
Opposizioni contro il monologo di Meloni su Rete4 di lunedì
Intanto, ritornando all’intervista di Meloni a Porro di lunedì sera le opposizioni insorgono contro quello che è apparso un monologo, in aperta violazione della par condicio. “Un monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio, con un conduttore primo fan, un copione provato e recitato, è quello che Rete4, del gruppo Mediaset, ha mandato ieri (lunedì, ndr) in onda. Sembrava di esser tornati indietro di decenni, quando non c’erano regole nazionali ed europee, non esisteva la legge sulla par condicio né l’Authority, né il codice europeo dei media audiovisivi”. Così in una nota i parlamentari del Pd in Commissione di Vigilanza Rai. “Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban. Abbiamo inviato all’Agcom la richiesta di una sanzione esemplare a questa vergogna”. Richiesta alla quale si sono associati anche Avs e il M5S.