Referendum sul Jobs Act. L’avvocatura di Stato lancia un siluro alla Cgil: “Quesito manipolativo e inammissibile”

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Il primo siluro contro il referendum finalizzato ad abrogare le modifiche all’articolo 18 apportate dal Jobs Act è arrivato oggi dall’Avvocatura dello Stato che agisce per conto della Presidenza del Consiglio, che ha deciso di costituirsi, in vista della pronuncia della Corte Costituzionale che ci sarà l’11 gennaio. Nella memoria l’Avvocatura sostiene che il quesito “ha carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo e per questo si palesa inammissibile”. Non finisce qui perché nella memoria visionata dall’Ansa si legge anche che “L’abrogazione, attraverso il referendum, delle norme sui voucher previste sempre dal Jobs Act rischia di produrre un vuoto normativo. L’ abrogazione dal corpo del decreto legislativo 81/2015 dei tre articoli suddetti potrebbe determinare un vuoto normativo idoneo a privare di una compiuta e necessaria regolamentazione, tutte quelle prestazioni che – per la loro limitata estensione quantitativa o temporale – non risultino utilmente sussumibili nel paradigma normativo del lavoro a termine o di altre figure giuridiche contemplate dall’ordinamento vigente”. Il fine del referendum quindi, secondo l’avvocatura, “non è tanto quello di sopprimere il ‘voucher’, quale strumento di remunerazione e disciplina del lavoro accessorio, ma di abolire lo stesso istituto del lavoro accessorio”.

Il referendum – I quesiti referendari sono tre: uno sulle modifiche all’art.18 apportate dal Jobs Act in materia di licenziamenti, uno sulle disposizioni che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore; e uno sui cosiddetti voucher, ossia i buoni lavoro per il pagamento delle prestazioni accessorie previsti sempre dal Jobs Act. A proporli è stata la Cgil che ha raccolto oltre tre milioni di firme.

 

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di Gaetano Pedullà

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