Referendum sulla giustizia, Salvini sente il flop e non ne parla più. Dalla festa per le firme raccolte alla exit strategy. Il Capitano silurato dalla Meloni

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“Vittoria! Il centrodestra non ci è mai riuscito in 30 anni!”, urlava Matteo Salvini lo scorso 16 febbraio, quando la Corte Costituzionale aveva dato il via libera per il referendum sulla giustizia che la Lega insieme ai Radicali di Più Europa aveva latinato per la riforma del Csm, per l’equa valutazione dei magistrati, per la separazione delle carriere, per i limiti della custodia cautelare e per l’abolizione della legge Severino.

Referendum sulla giustizia, il 12 giugno 50 milioni di italiani potranno andare a votare

Erano pochi mesi fa ma sempre un’era: Salvini era ancora convinto di poter serenamente guidare il centrodestra sottovalutando Giorgia Meloni e la discussione sulla riforma della giustizia in Parlamento non era ancora arenata e combattuta com’è oggi. Forse sarà per quello che di referendum Matteo Salvini poi non ne ha più parlato, con una delle sue proverbiali amnesie che ne svelano la totale incoerenza.

Manca poco al 12 giugno quando 50 milioni di italiani potranno andare a votare per i cinque referendum abrogatici e l’ultimo cenno al referendum dai canali social di Salvini e della Lega risale al 16 febbraio scorso.

Il leader leghista ha avuto il tempo di parlare di tutto, come nota il sito Pagellapolitica.it, dai cinghiali per le strade di Roma ai messaggi di sostegno per cuccioli di cane maltrattati oltre alle foto con il cibo da ingurgitare. Di referendum non si vede più nulla e pure nel partito non se ne parla. Ogni tanto solo la senatrice Giulia Buongiorno, che forse alla svolta garantista ci aveva creduto davvero, rilascia qualche spizzico di dichiarazioni.

Per il resto niente, silenzio assordante. Quando lo scorso 14 aprile Marco Cremonesi del Corriere della Sera ha chiesto al Capitano (sempre più scornato) il perché di questa improvvisa timidezza sul referendum Salvini ha risposto: “I primi cinque titoli dei tg sono sulla guerra, il sesto e sul Covid, il settimo sulle bollette. Parlare di separazione delle carriere dei magistrati è difficile: per questo preferisco parlare di casa, di risparmi e magari flat tax. Ma io spero di arrivare a maggio con il covid archiviato e la guerra ferma”.

Siamo a maggio e il silenzio continua mentre il referendum si avvicina. Dalle parti della Lega il deputato Tiramani timidamente si dice preoccupato per la “pochissima campagna referendaria” scordandosi che lui e i suoi compagni di partito sarebbero lì anche per quello. Giorgia Meloni del referendum se ne frega, con gli occhi già alle prossime elezioni. Così a Salvini non resta che aspettare lo scorno, l’ennesimo, della sua triste parabola solitaria e finale.