Regeni, l’enigma della Sfinge continua. Ma il Ministro degli Esteri smette di essere Gentiloni con l’Egitto: la collaborazione è carente

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I pm egiziani continuano a non collaborare pienamente con l’Italia sul caso Regeni. Ne è convinto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che ha sgridato Il Cairo nell’informativa al Senato sottolineando: “Non permetteremo che sia calpestata la dignità dell’Italia”.

LE PROMESSE Parole ripetute spesso negli ultimi due mesi, mentre il team investigativo inviato al Cairo lamentava la scarsa cooperazione da parte della controparte e mentre il presidente Sisi prometteva invece di non fermarsi se non quando si fosse ottenuta la verità sulla morte del giovane ricercatore italiano. “Dobbiamo capire se la fermezza delle reazioni dell’Italia intera potranno riaprire un canale di piena di collaborazione e lo capiremo a partire dall’incontro di giovedì e venerdì di questa settimana”, ha detto ieri Gentiloni, ribadendo che l’Italia vuole tutti i documenti e gli atti che fino a oggi non sono stati condivisi e un “ruolo più attivo degli investigatori italiani”.

LE INDAGINI A decidere se un cambio di marcia ci sarà stata dovrà essere la procura. Il procuratore Pignatone è già andato al Cairo e “ha rimesso la collaborazione sui binari giusti”, ha detto il ministro degli Esteri. Ma i continui depistaggi non hanno aiutato e così le troppe indiscrezioni e anticipazioni pubblicate dalla stampa. Le parole della Farnesina sono state accolte con freddezza al Cairo. L’Egitto, infatti, si astiene dal commentare, “visti i forti legami storici tra i popoli e i governi dei due paesi”. Ma aggiunge: “Il discorso e le osservazioni di Gentiloni complicano ulteriormente la situazione alla vigilia dell’arrivo della squadra di pubblici ministeri e di alti funzionari egiziani a Roma”. Un botta risposta, quello tra Italia ed Egitto, che manda alle lunghe la ricerca della verità sulla morte del giovane italiano.

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di Gaetano Pedullà

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