Regioni al capolinea. I privilegi no

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di Antonio Acerbis

È il 10 ottobre 2012. Siamo nel pieno degli scandali sui rimborsi regionali. I Fiorito, i Maruccio, i Trota e le Minetti riempiono le pagine di cronaca del periodo. La rabbia e l’antipolitica crescono a tal punto che il governo di allora, guidato da Mario Monti, decide di intervenire. E lo fa in maniera autoritaria con un decreto ad hoc che fissa tetti al trattamento economico dei consiglieri e dei presidenti: 11.100 euro lordi per i primi, 13.800 per i secondi. Ma, come si suol dire, il lupo perde il pelo ma non il vizio. E così, nonostante sulla carta tutte le regioni abbiano recepito quanto disposto dalla norma istituzionale, c’è sempre modo per pensare come aggirare la legge. Come, in altre parole, “fottere” lo Stato (e i cittadini) e continuare a godere di lauti stipendi. Anzi, se si può, arrivare a godere di retribuzioni ancora più alte.

DAL MOLISE AL VENETO
Impossibile? Vediamo. Prendiamo la piccola regione del Molise. Come La Notizia ha raccontato già tempo fa, al momento di recepire la legge nazionale, la giunta guidata da Paolo Di Laura Frattura ha pensato non solo di ridurre la retribuzione base, ma anche di aggiungere, rispetto a prima, un’indennità di funzione, oltre a quella di carica, per i capigruppo. Cosa vuol dire? Che se prima questi ultimi arrivavano a prendere 6.800 euro netti, ora ogni mese arrivano ad uno stipendio di 7.700 euro. Ma i consiglieri della piccola regione meridionale non sono gli unici ad aver pensato modo e maniera per continuare ad intascare lauti stipendi. Andiamo da Luca Zaia in Veneto. Prima della riforma Monti la retribuzione di un consigliere era pari a 10.309 euro. Arriva poi la mannaia. Anzi, si fa per dire dato che il consiglio regionale nel dicembre 2012 decide di aumentare la retribuzione lorda e di portarla al tetto massimo consentito, 11.100 euro . Ma non è finita. Ecco la genialata: al monte ci si arriva riducendo l’indennità (a 6.600 euro) e aumentando il rimborso forfetario esentasse (a 4.500 euro potenziali). Ed ecco allora che, come ha fatto notare l’economista Roberto Perotti, poiché le tasse totali sono diminuite, al netto delle tasse un consigliere ora guadagna ancora più di prima. Ma non finisce qui. Spostiamoci di qualche chilometro e andiamo in Piemonte. Come denunciato da Davide Bono (M5S) quest’estate si è passati da un importo di 15.139.665 euro (7.819 netto) a 16.801.015 (8.677 netto). Tutto dovuto ad uno scherzo (fruttuoso) della contabilità pubblica. In Piemonte, infatti, è stato abolito il vitalizio e ciò ha fatto sì che i consiglieri hanno trattenuto il versamento del 25% delle proprie indennità che prima serviva proprio per garantirsi la pensione.

SPENDACCIONI
Non c’è una legge che lo preveda. Eppure sarebbe semplicemente buon senso prevedere l’abolizione della cosiddetta indennità di fine mandato: una cifra corrisposta a fine legislatura affinchè gli ormai ex consiglieri possano avere un fondo per reinserirsi nella vita economica e sociale. Pare una barzelletta e invece è proprio così. E nonostante i mille scandali, diverse regioni ancora prevedono tale indennità. Un esempio su tutti: in Sardegna sono stati spesi ben 12 milioni per gli ex delle ultime due legislature. Sarebbe forse il caso di ragionare su un taglio, netto, anche di questi Enti che continuano a spendere e spandere.