Renzi abbaia ma sulla Giustizia non morde. Incassato il contentino sui migranti, l’ex rottamatore semina nuovi veleni sul Governo

di Giuseppe Vatinno
Politica

Matteo Renzi, come spesso abbiamo scritto, ha un piano ben preciso fatto di una costante guerriglia al governo di cui fa parte. Continua a rilanciare, in una partita a poker snervante che vede nel premier Conte il suo chiodo fisso. E così, dopo aver appena intascato, anche se molto a ribasso, la “regolarizzazione a tempo” dei lavoratori voluta dalla “sua” ministra, Teresa Bellanova, attacca di nuovo sul ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il pretesto, questa volta, è la mozione di sfiducia al guardasigilli sulla vicenda Di Matteo, presentata dalla Lega e che sarà discussa in Aula il 20 maggio. Lo scaltro fiorentino ha visto un’altra possibile combinazione d’attacco nel suo gioco di scacchi politico per mettere sotto tensione Conte e ne ha subito approfittato, alimentando, tra l’altro i sospetti di combine agostana tra i due Mattei, per far saltare il banco.

Bonafede è sotto il fuoco delle destre per quanto dichiarato in una trasmissione televisiva dal pm e attuale consigliere del Csm, Nino Di Matteo, che ha parlato di possibili intimidazioni mafiose alla sua nomina al Dap, presso il ministero della Giustizia. Il ministro ha chiarito la vicenda, ma a Renzi non è parso vero di cavalcare l’onda leghista con una minaccia concreta, che se attuata, potrebbe destabilizzare l’esecutivo in una fase delicatissima per l’Italia. Che si tratti poi di una strategia precisa lo dimostra il fatto che, contemporaneamente, Renzi critica sia il Decreto Rilancio, considerato troppo timido rispetto alla sua proposta di piano shock sui cantieri, sia il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora per quanto riguarda la riapertura del campionato di calcio. Renzi dice: “Spadafora non capisce né di calcio né di democrazia”, ma si tratta del solito messaggio a nuora perché suocera intenda, e la “congiunta” anziana è proprio il premier.

Poi ieri se l’è presa con l’autocertificazione che secondo lui “è stata la cosa più assurda della quarantena” che peraltro scadrà come obbligo la prossima domenica. Ma al di là di tutte queste considerazioni resta il fatto che l’ex premier non ha perso il vizio del “giochino” che finora ha funzionato: aggredire il governo su un bersaglio, minacciando la crisi, e poi una volta ottenuto qualcosa puntare subito dopo al bersaglio successivo, con un piano lucido e strategico che si è pienamente delineato finora nella sua dimensione puramente tattica. Tuttavia Renzi dovrebbe ricordare che questa modalità di interazione porta sempre a rotture definitive come l’esempio dell’Ulivo 1 e quello dell’Ulivo 2, sempre a guida di Romano Prodi, hanno dimostrato. Allora era Rifondazione Comunista e i cespugli democristiani dell’Udeur di Clemente Mastella a praticarla, ma il finale potrebbe essere lo stesso e anche lui ha molto da perdere.