Renzi al Colle: riforme entro gennaio

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di Lapo Mazzei

La nota ufficiale del Quirinale lascia pochi spazi all’immaginazione. Il colloquio di circa un’ora fra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il premier Matteo Renzi, che si è recato al Colle accompagnato dal ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, è stato incentrato sul percorso che il governo “considera possibile e condivisibile con un ampio arco di forze politiche per quello che riguarda l’iter parlamentare dei due provvedimenti fondamentali già a uno stato avanzato di esame – legge elettorale e legge costituzionale per la riforma del bicameralismo paritario – i quali sono incardinati per la seconda lettura”. Insomma, Re Giorgio primo, che per il momento non ha nessuna intenzione di mollare la poltrona, ha voluto fare il tagliando alle riforme messe in campo da Renzi, alla luce delle ultime esternazioni del leader di Forza Italia e al voto sul Jobs act che ha certificato l’esistenza di una fronda interna al Pd, numericamente consistente è politicamente attiva.

I TIMORI DI RE GIORGIO
E’ del tutto evidente che l’inquilino del Quirinale non vuole sciogliere le Camere, ma teme per la sostanziale tenuta del Patto del Nazareno. Perché Napolitano sa bene che di Renzi si può fidare, di Silvio Berlusconi no. E Napolitano non deve guardarsi le spalle solo dal Cavaliere, ma da tutti coloro che ruotano attorno all’ex presidente del Consiglio, che sta organizzando le truppe in vista della scelta del successore di Re Giorgio primo. Il colpo a sorpresa, che potrebbe rivelarsi decisivo per l’accelerazione della fine del suo mandato, può arrivare da tutte le parti. Partito democratico compreso, dove l’ombra di Romano Prodi è sempre presente. Il tagliando alle Riforme voluto da Napolitano mira ad evitare tutto ciò. In altre parole il premier ha spiegato al capo dello Stato come intende muoversi riguardo la riforma del Senato (approvata in prima lettura da Palazzo Madama e ora a Montecitorio) e la legge elettorale (a sua volta al Senato, dopo essere stata approvata dalla Camera mesi fa). “Un percorso”, conclude la nota, “che tiene conto di preoccupazioni delle diverse forze politiche, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra legislazione elettorale e riforme costituzionali”. Come dire: sono state date assicurazioni sul metodo, che dovrà vedere il massimo coinvolgimento del maggior numero possibile di forze politiche, non voglio sorprese. Soprattutto ora.

LA RICERCA DI GARANZIE
Sullo sfondo poi, anche un altro tema caldo. Renzi deve poter garantire al Quirinale che il parlamento licenzierà una “riforma equilibrata”, fatta in modo organico per portare ad un nuovo sistema costituzionale omogeneo in ogni sua parte. Il percorso, pare di capire, dovrà essere il più rapido possibile, e condiviso. Un aspetto della questione che, da sempre, sta a cuore al Quirinale, perché le riforme fatte per strappi, lo dice la Storia recente, non hanno vita lunga. C’è anche una seconda, e non alternativa, chiave di lettura a questo tagliando quirinalizio. L’intento del colloquio sarebbe stato anche quello di rassicurare sulla durata della legislatura. Buttando acqua sul fuoco delle esasperazioni di questi giorni, nate dopo gli esiti delle elezioni regionali di domenica scorsa. La cronaca vede anche una qual certa fibrillazione all’interno del Pd e di Forza Italia. E mentre Matteo Salvini risponde in modo interlocutorio a Berlusconi e alle sue offerte, la ministra Boschi a Montecitorio ha partecipato alla riunione dei capigruppo per dare l’annuncio che tutti temevano: il governo porrà la fiducia alla Camera sulla legge di stabilità. Per l’esattezza, le fiducie saranno tre su altrettante parti del provvedimenti. E chissà se nell’incontro al Colle la premiata ditta Renzi&Boschi ha spiegato a Re Giorgio primo la ragione di questa abitudine alla fiducia. Che rassicura il governo, ma ferisce la democrazia.