Renzi apre la crisi. Uno schiaffo al Paese in ginocchio. Cinque stelle, Pd e Leu compatti. Si va avanti con Conte

MATTEO RENZI
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Il governo Conte II, che Matteo Renzi ha contribuito a far nascere, cade per mano dello stesso Renzi. Il senatore di Rignano, in una conferenza stampa, annuncia le dimissioni delle sue ministre e del suo sottosegretario. E nel Cdm che si svolge in serata il premier fa sapere di aver accettato le dimissioni della delegazione di Iv e di aver informato il Quirinale della situazione. “Se un partito fa dimettere le sue ministre, questo non può essere considerato un fatto estemporaneo, non si può sminuire la gravità di questa decisione”, dice.

E’ rammaricato: “Ho provato fino all’ultimo minuto utile a evitare questo scenario. Ho ribadito che avevo preparato un lista di priorità per un confronto da fare, anche se, oggettivamente, diventa complicato un confronto quando il terreno è disseminato continuamente di mine difficilmente superabili”. Sconcerto e sgomento serpeggiano tra i partiti alleati. Durissimo il leader Pd. Nicola Zingaretti definisce quello del senatore fiorentino “un atto contro il Paese” e ribadisce: “Avanti con Conte”. Di scelta “incomprensibile” parla Vito Crimi. E tutti – M5S (da Luigi Di Maio ad Alfonso Bonafede), Pd (Andrea Orlando: “Non esiste per i dem un’altra maggioranza o un altro premier”) Leu – si stringono attorno a Conte.

A nulla sono valsi gli appelli alla responsabilità che si sono susseguiti durante tutta la giornata prima dell’annuncio fatale dell’ex premier. “Si faccia di tutto per riprendere il dialogo, il confronto nella maggioranza, per trovare una soluzione alla crisi”, aveva chiesto lo stesso Zingaretti. “Dobbiamo tutti fare un passo indietro per il bene del paese”, l’invito di Di Maio. E Beppe Grillo aveva rilanciato una lettera aperta ai partiti di maggioranza e opposizione del deputato M5S Giorgio Trizzino con un appello a fare “insieme un patto tra tutti i partiti”. Precisando poco dopo che “è sottinteso che il governo è di Conte”.

Nel primo pomeriggio il premier sale al Colle ufficialmente per parlare con Sergio Mattarella del Recovery plan, ma poi – spiega ai cronisti che lo intercettano all’uscita – per informarlo dello stato di salute della coalizione. Dal presidente della Repubblica arriva l’ennesimo invito a costruire e subito, a “uscire velocemente da questa condizione di incertezza, a fronte dell’allarmante situazione causata dalla pandemia”. Conte pare chiudere a ipotesi di governi appoggiati a deboli stampelle (“no a voti raccolti qua e là”), che peraltro non convincono il Colle. Il governo – dichiara – va avanti “solo con il sostegno di ciascuna forza di maggioranza”. Si augura che non si arrivi alle dimissioni dei renziani al governo e spera che Iv si metta come gli altri partiti al “lavoro per un patto di fine legislatura”.

Ma Renzi tira dritto e ignora la mano tesa del premier facendo dimettere Bonetti, Bellanova e Scalfarotto. “Se c’è un’apertura politica vera si misura in Parlamento, non per strada”, dice. Si fa forte del fallimento, a suo dire, dell’operazione dei responsabili: “Se hanno i responsabili, buon lavoro. Li hanno cercati? Sì. Secondo me non li hanno trovati”. E garantisce che non darà mai i suoi voti per un governo col solo centrodestra. Non chiude alla possibilità di continuare a far parte di questa maggioranza (“Ma se ci vogliono non saremo mai dei segnaposto”, avverte) e nello stesso tempo si dichiara pronto a passare all’opposizione. Non sbarra la strada nemmeno a Conte: “Non c’è alcun veto o pregiudizio”. E contemporaneamente afferma: “Non c’è un solo nome per Palazzo Chigi. Chi dice ‘o tizio o voto’ è irresponsabile”. Tutto e il contrario di tutto, insomma, confermando la sua inaffidabilità che ha tanto irrigidito il premier. Brindano Salvini e Meloni, quanto basta per capire quello che c’è da capire sulla mossa di Renzi.