Renzi avvisato mezzo salvato

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di Fausto Cirillo

Tutti col fiato sospeso e con le armi cariche. La vigilia dell’incontro di domani al Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi viene vissuta da una parte del Pd con la tensione che si riserva in genere alle battaglie campali, quelle che possono determinare l’esito di un’intera guerra. Non è certo bastata ieri l’approvazione della relazione del segretario per sedare il duro scontro interno a un partito ancora riluttante a stringere un patto col nemico di sempre. Soprattutto se questo dovesse prevedere il varo di una riforma elettorale sul modello spagnolo. «Se domani si chiude il patto tra Renzi e Berlusconi, la maggioranza finisce domani» sostiene il bersaniano Alfredo D’attorre. «Lo spagnolo in salsa italica è politicamente e costituzionalmente invotabile». In un colpo solo, aggiunge, «si resuscitano il Porcellum e Berlusconi». Su questo la componente bersaniana è pronta a dare battaglia «a viso aperto. Questa non sarà una battaglia fatta in maniera vigliacca -prosegue- anche perché di vigliaccate ce ne sono state pure troppe… Noi faremo una battaglia a viso aperto in commissione, nel gruppo e in aula. Nessuno si nasconde dietro il voto segreto».

Che sia tutta tattica?
Animi agitati anche tra i parlamentari più vicini al premier Enrico Letta. Per tutti parla il senatore Francesco Russo. Quella di Matteo Renzi sulla legge elettorale, sostiene, «è solo tattica», perché un’eventuale intesa con Forza Italia e Berlusconi escludendo l’Ncd è sì «una bomba sotto la sedia del governo» ma non ha i numeri per essere approvata in Parlamento, in particolare al Senato.
«L’idea di base, su cui sono tutti d’accordo e che Renzi ripete sempre, è quella di avere la legge elettorale per il 25 maggio, le europee, insieme a una lettura delle riforme per il superamento del bicameralismo perfetto. Questo già significa che un vero accordo non può che essere di coalizione, perché a mantenere questa sintonia riforme-legge elettorale non può essere una maggioranza variabile».
Al di là di questo, poi, c’è «l’esperienza che insegna che Berlusconi non è un partner affidabile e il fatto che il Cavaliere difficilmente regalerebbe i voti al Pd per fare la riforma che vuole senza chiedere niente in cambio».
Insomma, «l’allargamento a Forza Italia non può che avvenire solo dopo una intesa di maggioranza. Possiamo alzare la voce, drammatizzare, ma un accordo sulla legge elettorale ha di fronte a sé un obbligo numerico al Senato: non abbiamo la maggioranza nei due rami del Parlamento, per non parlare del fatto che il voto segreto lascia poche chances a una legge non condivisa. Senza Alfano, Scelta civica e i Popolari non si fa nessuna legge».

I piccoli fanno la voce grossa
Come se non bastasse, anche i piccoli alleati del Pd fanno la voce grossa, provando a gonfiare i muscoli: «Non siamo servi sciocchi della maggioranza, buoni per votare i provvedimenti economici scomodi ma che poi vengono esclusi dal tavolo sulla riforma elettorale» scandisce il capogruppo di Scelta civica al Senato Gianluca Susta. «Il governo è appeso a un filo» sostiene, e poi aggiunge: «Sulla legge elettorale non esistono maggioranza variabili, le maggioranze si allargano ma non si cambiamo in corso d’opera».
Una posizione identica a quella sostenuta dal Nuovo centrodestra. «Per noi Renzi può incontrare chi vuole» premette il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello. «Ma se poi fa un accordo con l’opposizione, escludendo la maggioranza, allora poi con quelle forze deve fare anche il governo. Noi vogliamo che ci sia un accordo che comprende innanzitutto la maggioranza, chiediamo solo quello che è normale in qualsiasi sistema politico». Ma di normale, in questa infinita melina parolaia, c’è solo la comprensibile resistenza di chi non ha alcuna intenzione di venir spazzato via dal prossimo Parlamento.