Renzi beffa pure i poveri. I tecnici del Senato bocciano la riforma: nelle tasche degli indigenti 20 euro al mese. Se va bene

dalla Redazione
Politica

Un altro incredibile flop del Governo targato Matteo Renzi. Questa volta parliamo della riforma delle misure per la lotta all’indigenza e alla povertà. E a bocciare la legge non sono gufi o oppositori. Ma i tecnici del servizio Bilancio del Senato che hanno rilevato che il reddito di inclusione previsto dal ddl all’esame del Senato porterebbe nelle tasche di chi ne ha bisogno, se va bene, 20 euro al mese. In pratica solo un quarto degli 80 euro mensili che costituiscono il Sostegno di inclusione attiva, misura “ponte” (in attesa della riforma) entrata in vigore da settembre. Ma la cifra potrebbe essere ancora più bassa, perché, si legge nel dossier sul disegno di legge, l’intervento “dovrà soddisfare il criterio di delega” per cui “soltanto una parte delle risorse sarà destinata al beneficio economico mentre un’altra parte dovrà finanziare i servizi alla persona, assicurati dalla rete dei servizi e degli interventi sociali”, mediante un progetto personalizzato.

Con il reddito di inclusione, la misura nazionale di contrasto alla povertà prevista dal ddl, “si otterrebbe un importo medio unitario del beneficio pari a circa 230 euro annui a regime (circa 20 euro mensili)”. Prendendo invece in considerazione i nuclei familiari, il beneficio “sarebbe pari a 660 euro annui”, quindi 55 euro al mese. Il calcolo è ottenuto dividendo le risorse messe a disposizione per la misura attraverso la legge di Stabilità 2016, pari a 1,03 miliardi per il 2017 e 1,05 nel 2018, per la platea dei possibili destinatari. Per l’individuazione di quest’ultima, il dossier prende in considerazione le stime dell’Istat, secondo cui sono 4,6 milioni i soggetti in stato di povertà assoluta, pari a 1,5 milioni di famiglie.

Ma il rischio, sottolinea ancora il dossier, è che l’entità dell’intervento sia ancora inferiore. Sarà maggiore solo nel caso in cui si riducesse la platea degli stranieri beneficiari, perché sprovvisti del periodo minimo di residenza nel nostro Paese. Insomma, di male in peggio. Anzi, in pessimo.