Bye bye urne. Renzi è troppo debole e ora il Partito Democratico tiene in ostaggio le elezioni anticipate

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Le quotazioni di Matteo Renzi sono in picchiata. Giorno dopo giorno, il Rottamatore ha perso la presa pure sul Partito democratico: dal 4 dicembre, quando lasciò Palazzo Chigi convinto di avere il 40% degli elettori dalla sua parte, l’ex presidente del Consiglio è finito in un angolo. E fa grande fatica a uscirne, perché tutti gli avversari gli stanno presentando il conto: dai big del passato Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, ai volti più nuovi come il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e l’ex capogruppo dem alla Camera, Roberto Speranza.

Ciao alle urne – Così le elezioni sembrano allontanarsi e la fine naturale della legislatura sta per diventare l’epilogo più probabile, nonostante Renzi abbia inviato un chiaro messaggio inviato al giornalista Giovanni Floris. Ma i destinatari erano molti altri: “Bisogna votare prima che scatti il vitalizio (a metà settembre, ndr)”. Quindi a giugno. Solo che la battuta è stata un boomerang: tra i deputati e senatori è partita una rivolta. E i parlamentari sono pronti a minare il percorso che conduce alle elezioni, sfruttando alcune falle. La più grande è che al Senato manca ancora il presidente della commissione Affari costituzionali, figura chiave per un accordo sulla legge elettorale. La casella è stata lasciata vuota da Anna Finocchiaro, diventata ministro nel Governo guidato da Paolo Gentiloni. Quindi l’ex premier può solo brandire una pistola scarica. Tanto che ha dovuto arrendersi, dicendosi disponibile a fare congresso e primarie come richiesto dalla minoranza dem. Solo che adesso è stato alzato il tiro: prima l’ex candidato alle primarie, Gianni Cuperlo, e poi Emiliano hanno chiesto le dimissioni di Renzi da segretario. Un passaggio formale necessario per velocizzare la marcia verso il congresso. Ma anche un atto di ridimensionamento formale.

Alleati liberi – Ma non sono solo gli avversari a ridimensionare le aspirazioni di Renzi. Anche alcuni alleati hanno capito che è il momento di muoversi con maggiore autonomia rispetto al passato: senza creare dissidi, ma comunque con determinazione. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, ha sponsorizzato una modifica alle legge elettorale, introducendo il premio di maggioranza all’intera coalizione e non più solo alla lista. Un colpetto a una misura tanto cara al segretario del Pd. L’ex presidente dell’Anci ha dimostrato di sapersi smarcare dalla pesante investitura lanciatagli addosso proprio da Renzi, che lo ha indicato come possibile candidato a Palazzo Chigi. Certo, Delrio resta favorevole al ritorno al voto, ma con modalità meno irruente in confronto al leader dem. Non è stato da meno il deputato Matteo Richetti, tornato in auge con l’ultima Leopolda. Da mesi predica un lavoro di formazione sulla classe dirigente, senza strappi. E che dire del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e di quello dei Beni culturali, Dario Franceschini? Entrambi restano nell’alveo del renzismo, ma rispetto alle posizioni del leader sono molto autonomi. E dettano le condizioni a Renzi, allontanando il voto.