Renzi rallenta, le riforme s’impantanano

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di Lapo Mazzei

Ricordate il famoso incontro fra Matteo Renzi e Beppe Grillo in occasione delle consultazioni, quando il premier decise di passare alla storia chiedendo al comico di uscire “da questo Blog”? Frase divenuta celebre ma che non ha avuto nessuna applicazione pratica. Il guru pentastellato continua a vivere, e proliferare, dentro al proprio Blog. Ecco, arrivati a questo punto della storia viene la voglia di chiedere a Renzi di uscire “da questo calendario”. Anzi, per essere esatti, dal calendario annunciato e sbandierato a tutti, con il quale scandiva il timing delle riforme. Oggi questo, domani quello. Tutto dimenticato, tutto superato.

Panzer nel garage
Il governo, non potendo “impiccarsi alle date”, per usare le parole dello stesso presidente del Consiglio, ha congelato ciò che è a rischio. Dalla legge elettorale alla riforma del titolo V della Costituzione – ovvero quello che concede alle Regioni il potere di fare ciò che vogliono con i danni che ben conosciamo per averli ampiamente denunciati – i capitoli spinosi sono stati piazzati nel freezer dal quale usciranno, forse, solo dopo le Europee. Sempre che i risultati lo consentano.
“Non mi impiccherei su una settimana prima o dopo. Se cambiamo la Costituzione serve la garanzia che il dibattito si svolga come si deve”, prova a spiegare il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, intervenendo ad una manifestazione di Area riformista e sforzandosi di apparire conciliante e ottimista sul percorso delle riforme. È chiaro che Renzi e i suoi hanno ben chiaro quali siano gli ostacoli piazzati sul percorso, dai numeri che non ci sono ai maldipancia trasversali. “L’obiettivo è arrivare a un testo base in Commissione con il più largo consenso” afferma il braccio destro del premier.
Giusta aspirazione, peccato che a giocare un ruolo fondamentale sia proprio una componente del Pd, ovvero l’unica vera opposizione all’attuale maggioranza. “Il 5 maggio ci sarà un dibattito al partito, anche con i professori che ci possono insegnare tante cose”. E già, dopo averli bastonati (mettendoli all’indice come aveva fatto il ministro Maria Elena Boschi), adesso tornano utili. Anzi, indispensabili. E così sui “professoroni” Guerini corregge il tiro, smentendo il ministro. “Non bisogna banalizzare il ruolo degli intellettuali”, dice. Entrando nel merito l’esponente dem sostiene che il “Pd sta mantenendo una prospettiva di serietà. Le regole del gioco si scrivono con tutti i giocatori, qualcuno si è tirato fuori, ma noi ci confrontiamo con tutti per costruire larga convergenza. Renzi ha consapevolezza del punto decisivo in cui siamo: a un passo dalla riforma che aspetta da anni e serve grande responsabilità garantendo dibattito, confronto, convergenza”.
Insomma, il panzer renziano è già finito in garage per fare spazio al calesse democristiano, dove trattare e mediare sono la biada e le briglie del cavallo che traina il governo. Altro che “ce ne faremo una ragione”. Sono gli avversari ad essersi fatti ragione, frenando l’azione dell’esecutivo.

Offensiva via Twitter
E proprio perché la situazione è seria ma non ancora grave, Renzi si affida ai cinguettii per rilanciare la sua offensiva: “Nel decreto approvato ci sono altri 13 miliardi di euro di pagamenti alle imprese. E dal 6 giugno fatturazione elettronica e 60giorni”. Insomma, pur di non arenarsi il premier è pronto a grattare il fondo: “Sulle riforme ci siamo, 80 euro ok, l’Irap va giù, pronti i soldi sulle scuole. Mercoledì PA. Con un pensiero affettuoso agli Amicigufi”, scrive sempre su Twitter. Già, twittare è facile, fare è un po’ più difficile. Non a caso i sondaggi, sia pur in modo diverso, vanno testimoniando il fatto che la cosiddetta luna di miele del governo con gli italiani sembra essere già finita. Gradimento in calo e spread in aumento. Sarà pure un caso, ma la politica degli annunci, molto spesso non da gli effetti sperati.