Renzi sempre più assediato. Così le primarie sono perdute. Votare con il clamore dell’inchiesta può rivelarsi fatale

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Fino a qualche mese fa era lui a dare le carte e dettare l’agenda. Adesso non è più così. E non perché si sia dimesso da segretario dem. Altro che “ruota della fortuna”, è dal 4 dicembre in poi che la sorte ha cominciato a voltare le spalle a Matteo Renzi. Una parabola discendente che, con le novità sull’inchiesta Consip da un lato e la condanna in primo grado di Denis Verdini dall’altro, nelle ultime ora ha subito una brusca accelerazione. Insomma Renzi ha già almeno un piede fuori dal partito, nel senso che ora rischia davvero di perdere il Pd.
Vicolo cieco – E le parole del presidente dem Matteo Orfini sono più di un’ammissione in questo senso. All’Huffington Post, infatti, ha sottolineato: “Stanno provando a liquidare il Pd. C’è chi gioca allo sfascio, fuori e dentro”. Non evoca la parola complotto ma poco ci manca. La verità comunque è che in questo momento è Renzi ad essere finito in un vicolo cieco. E per comprenderlo basta guardare anche solo al piano politico, senza tirare in ballo le vicende giudiziarie. Già il compromesso al ribasso sulla data delle primarie è stato un segnale importante di scarsa presa sul partito: il rottamatore, che aveva fretta di celebrare le consultazioni per poi magari passare subito all’incasso elettorale con elezioni anticipate, infatti, alla fine ha dovuto mediare sul 30 aprile, massimo risultato portato a casa dai renziani. Gli stessi che, ora, ironia della sorte, vorrebbero tanto guadagnare tempo. Una linea di pensiero non lontana da quella dello stesso ex segretario, anche se inconfessabile. Tant’è che ieri, in un post su Facebook, proprio per stoppare gli spifferi sulle ipotesi di rinvio delle primarie a causa dell’inchiesta Consip, ha scritto chiaramente: “Il congresso, con le primarie del 30 aprile, saranno una grande occasione per decidere insieme quale Italia vogliamo in Europa e come il Pd dovrà essere motore del cambiamento. Nessun alibi per rinviare la discussione, dunque”.
La dura realtà – Un conto, però, è ostentare sicurezza e un altro è fare i conti con la realtà. Con la dura realtà del congresso, una partita che Renzi sarà costretto a giocarsi sulla difensiva, con l’inchiesta Consip che ha toccato da vicino sia gli affetti (col padre Tiziano interrogato ieri a Roma) e sia persone di fiducia del Giglio magico come il ministro dello Sport, Luca Lotti. Una situazione delicata al punto che non è più un’ipotesi tanto repentina che il fu-rottamatore non raggiunga il 50 per cento al primo turno delle primarie. Una convinzione esternata pubblicamente, per esempio, al Corriere tv dal suo sfidante Michele Emiliano che non a caso ha anche messo le mani avanti su qualsiasi ipotesi di rinvio congressuale: “Sarebbe la fine del Pd – ha detto – Dovremmo ammettere una crisi politica e morale da non riuscire a concludere il congresso. Può essere che un candidato o più  candidati siano in difficoltà, ma questo non ci può bloccare. Anche perché – ha concluso –  il Pd non è un partito personale”. La risultante a questo punto è una sola: per Renzi non sembra esserci via d’uscita. La strada che immaginava in discesa si è fatta difficile. Irta di ostacoli se anche sul territorio comincia, come è successo giovedì a Taranto, a ricevere contestazioni pesanti (emblematiche le parole del coordinatore cittadino del Pd locale che in un tweet ha scritto: “Matteo Renzi vergognati di non avvisare il partito”). Mentre, paradossalmente, i suoi sfidanti che chiedevano tempi congressuali molto più lunghi (il ministro della giustizia, Andrea Orlando invocava anche una conferenza programmatica) hanno adesso tutto da guadagnare dalle nuove regole congressuali.
Twitter: @vermeer_