Renzi sogna un altro premier. Ma Zingaretti blinda Conte e taglia i ponti con Italia Viva. Per i vertici del Pd ormai l’ex segretario è inaffidabile. Al Nazareno però c’è ancora chi spera di ricucire

NICOLA ZINGARETTI
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I protagonisti dello scontro sono loro due: il machiavellico e scaltro politico di professione – che la politica intesa come arte del compromesso e della gestione del potere la sa fare – Matteo Renzi e l’avvocato outsider che col potere ci ha preso gusto e che ha dimostrato di imparare in fretta Giuseppe Conte.

Da una parte dunque il leader di Italia Viva che da mesi dà segnali d’insofferenza verso la gestione “personalistica” a suo dire dell’inquilino di Palazzo Chigi, sulla stesura del Recovery Plan per accedere alle risorse Ue (follow the money…), sul Mes e in generale su un visione di Paese dell’ex rottamatore che poco si concilia con talune scelte della maggioranza, soprattutto quelle di stampo assistenzialista targate 5stelle. Che non a caso sono assolutamente compatti nel tentativo di blindare Conte dagli assalti di Matteo che, dopo aver ritirato mercoledì le ministre Bellanova e Bonetti e il sottosegreatio Scalfarotto dal governo per qualche giorno proverà a fare un governo con la vecchia maggioranza ed un premier nuovo e, qualora non dovesse riuscirci, entro quattro o cinque giorni aprirebbe all’opzione Conte ter.

La prima ipotesi, cioè quella drastica del “ne rimarrà solo uno” (o lui o l’avvocato), è abbastanza improbabile ma in ogni caso è cardine attorno al quale ruota tutto l’asse: intono si muovono gli altri, cioè il Pd, il Movimento 5Stelle, i cosiddetti “responsabili,” o “costruttori” per dirla con Mattarella, Leu e l’opposizione che compatta chiede al premier – che intanto ieri pomeriggio è salito al Colle – di presentarsi in Parlamento e aprire ufficialmente la crisi. Fra tutti questi “attori” in scena l’ago della bilancia è il Partito democratico.

Si fa presto a dire Pd, però: quale anima Pd? Quella disposta a dialogare coi renziani o quello che dell’ex segretario non vuole più (già da tempo in verità) sentir parlare, pronta a sostituire Italia Viva con i responsabili? Senza ombra di dubbio la seconda compagine è molto più numerosa e comprende i vertici – il segretario Nicola Zingaretti e il suo vice Andrea Orlando – con il primo che scandisce a chiare lettere nel corso della segreteria dem convocata ieri all’una al Nazareno l’inaffidabilità politica di Iv, chiudendo definitivamente la porta a Matteo Renzi e col secondo che gli fa eco (“è difficile ricostruire esattamente sul crinale in cui si è rotto”, afferma riferendosi al rapporto con i renziani).

Ovviamente in politica la parola “definitivamente” deve essere presa con le pinze ma in ogni caso il messaggio inequivocabile è “avanti con Conte”e la linea emersa nel corso del lungo ufficio politico del Pd, a cui hanno partecipato anche i ministri in quota dem, avalla la manovra che porta all’allargamento della maggioranza, “Siamo in un sistema parlamentare in cui le maggioranze di governo si cercano in Parlamento, apertamente, alla luce del sole e senza vergognarsene. E così sarà anche questa volta”, ha spiegato Franceschini. Ma c’è comunque chi come il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, pur ammettendo che il gruppo è compatto sull’attuale premier non si sbilancia sull’affidabilità o meno di Renzi e sottolinea che “La priorità è quella di costruire un governo per il Paese che continui a governare”.

La questione è che non tutto il Pd è pronto ad accogliere la pattuglia dei “salvatori della patria” (anche perché il beau geste non sarebbe gratis e dalle parti del Nazareno questo non sfugge) e poi non è detto che se ne trovino in numero sufficientemente adeguato per dare una garanzia e non solo una parvenza di stabilità, come auspicato dal Quirinale. Gli scenari sono dunque ancora in via di definizione e solo uno viene escluso: “Per noi – ribadisce Zingaretti – è impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista. Sarebbe un segnale incomprensibile in Italia, ma anche inaccettabile per le cancellerie europee e per l’opinione pubblica democratica europea”.

Niente larghe intese o governi di scopo, dunque, ma non viene invece scartato il rischio elezioni perché, ragionano i dem, si potrebbe scivolare non volendo in quella direzione. Intanto, a questo a punto, il prossimo passaggio è la parlamentarizzazione della crisi. E lì in Parlamento, soprattutto a Palazzo Madama per evitare il voto vanno trovati i voti necessari per andare avanti.