Una lieve ripresa. Quasi inevitabile, considerando il raffreddamento dell’inflazione. Ma che non può di certo bastare dopo un decennio drammatico per il potere d’acquisto degli italiani. Così il bilancio non può che essere negativo, con i salari reali che ancora oggi sono nettamente inferiori rispetto al dato del 2015. Il JP Salary Outlook 2026 dell’Osservatorio JobPricing evidenzia il ritardo dell’Italia in tema di retribuzioni.
Anche se bisogna partire da un dato positivo, riguardante il biennio 2024-2025, che fa segnare un segnale di una timida inversione di marcia dopo un decennio di erosione del potere d’acquisto. La retribuzione annua lorda (Ral) media è cresciuta del 3,6%, mentre l’inflazione si è fermata all’1,5%. Così per il secondo anno consecutivo è stato recuperato in minima parte il potere d’acquisto perso dalle famiglie italiane negli anni precedenti.
Come detto, però, non basta: se prendiamo il periodo che va dal 2015 a oggi, la retribuzione annua lorda è aumentata in totale del 15% in Italia, contro una crescita dell’inflazione decisamente più alta. pari al 22,6% in più. E così le famiglie hanno perso capacità di spesa, con conseguenze anche sui consumi e sulla crescita economica. Il calo del potere d’acquisto degli ultimi anni colloca l’Italia nelle ultime posizioni a livello internazionale, tanto da essere solo al 23esimo posto su 34 Paesi Ocse per livello di salario medio annuo.
Salari reali fermi, i divari anche dentro il Paese
C’è poi un altro divario che caratterizza le retribuzioni italiane ed è quello territoriale. Resta importante, infatti, la differenza tra Nord e Sud, con importi più alti nel primo caso di quasi 4.400 euro. Le retribuzioni più alte si registrano in Lombardia, Lazio e Liguria. All’opposto, i salari più bassi in Italia sono quelli di Basilicata, Calabria e Molise. Per quanto riguarda l’ultimo anno, l’aumento più consistente degli stipendi si è registrato per gli impiegati, che hanno visto crescere le loro retribuzioni del 3,8%. Dal 2015, invece, la crescita per questa categoria è stata del 13,1%, ovvero la più alta tra tutte le categorie professionali.
Ben diverso il dato riguardante la qualifica dirigenziale, che è rimasta sugli stessi livelli retribuzionali dello scorso anno come stipendio fisso, anche se è cresciuta per la quota variabile. C’è poi un altro importante divario in Italia, quello tra chi viene pagato di più e chi di meno. Un ceo nel nostro Paese guadagna 8,8 volte in più di un operaio. Ultima annotazione: la quota di retribuzione variabile e i benefit in Italia restano marginali, tanto che soltanto il 37,4% dei dipendenti percepisce una componente variabile nella propria retribuzione.