Rifiuti speciali, controlli farsa. Così non si traccia più nulla. Il Sistri doveva contrastare crimini ambientali. Ma tra gare e sanzioni flop il sistema è un fallimento

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di Stefano Sansonetti

Alla farsa del Sistri, a quanto pare, non c’è mai fine. Dietro l’acronimo c’è il “Sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti”, ovvero il tanto sbandierato piano tecnologico che dal lontano 2009 avrebbe dovuto prevenire illeciti e ruberie varie nello smaltimento dei rifiuti speciali, in pratica quelli prodotti da industrie e aziende. Per capire in che stato di disfacimento versi il progetto bisogna tenere a mente il combinato disposto di due elementi: la mancata attivazione, a due anni e mezzo dall’indizione del relativo bando di gara, del contratto per la messa a disposizione della versione più aggiornata del Sistri; l’approvazione, all’interno della Manovra, di alcuni emendamenti che di fatto hanno rinviato a fine 2018 l’entrata in vigore del “vero” sistema informatico di tracciabilità, con tanto di applicazione di un vero apparato sanzionatorio per le imprese che non si adeguano. Insomma, a trionfare sono ancora immobilismi e giochetti resi ancora più allarmanti dai recenti casi di cronaca, come dimostra l’inchiesta toscana sullo smaltimento di rifiuti tossici accanto a una scuola.

Il percorso – Prima di arrivare all’allucinante storia della mancata firma del contratto relativo all’ultima versione del Sistri, però, bisogna fare un passo indietro. I primi vagiti del sistema, infatti, risalgono al lontano 2009, quando la sua messa a punto venne affidata alla Selex Service Management, società all’epoca rientrante nel perimetro di Finmeccanica (oggi Leonardo). I contorni dell’operazione vennero blindati dall’allora Governo Berlusconi che oppose addirittura il segreto di Stato, giustificandolo con l’utilizzo di una sofisticata tecnologia militare. Il sistema, però, complice anche una normativa schizofrenica sulle imprese da coinvolgere, non riuscì a centrare i suoi obiettivi. Resta tutto fermo, quindi, fino al 2015. In quell’anno è la Consip a bandire per il ministero dell’ambiente, guidato da Gian Luca Galletti, una procedura di gara che ancora oggi, almeno da un punto di vista sostanziale, non riesce a produrre gli esiti sperati. Vale la pena ripercorrerne le tappe principali. Il 26 giugno del 2015 la società pubblica, allora guidata dall’ex renziano Luigi Marroni, indice una gara per l’“affidamento in concessione del Sistri”, con un importo a base d’asta fissato in 260 milioni di euro. Il 4 agosto del 2016 arriva l’aggiudicazione: a vincere è un raggruppamento con Almaviva (famiglia Tripi), Telecom Italia (oggi Tim) e la società Agriconsulting. Nella più classica tradizione italiana si innesca il solito balletto di ricorsi e controricorsi al Tar. A dar via alle danze è un altro raggruppamento che ambiva alla concessione, formato da Exitone (facente capo all’imprenditore piemontese Ezio Bigotti), Dedalus e Lutech. La Consip, così, il 30 novembre del 2016 è costretta ad annullare il bando in autotutela.

Le tappe successive – Da questo primo balletto di ricorsi principali e incidentali si riesce a uscire il primo febbraio del 2017, quando la Centrale acquisti del Tesoro riaggiudica la commessa al raggruppamento Almaviva-Tim-Agriconsulting, per un importo di 234 milioni. Ma non è ancora la volta buona, perché il raggruppamento Exitone non ne vuol sapere di mollare l’osso e per la seconda volta, nel marzo 2017, riattiva la macchina della giustizia amministrativa. Ora, questa seconda puntata è tutt’ora in corso, anche se in aprile il raggruppamento di Exitone ha rinunciato all’istanza cautelare. E questo, in attesa che il Tar decida per l’ennesima volta, secondo il raggruppamento Almaviva-Tim avrebbe comunque potuto portare alla firma del contratto per la fornitura del “nuovo” Sistri. Contratto che, come detto, resta chiuso nei cassetti della Pubblica amministrazione. Insomma, ce n’è già abbastanza per mettersi le mani nei capelli. Ma su tutto questo bendidio si innestano anche le recentissime novità della Manovra, sulla quale il Governo ha appena posto la fiducia. Durante il passaggio a Montecitorio, infatti, la legge incamera alcuni emendamenti presentati su pressione di alcune imprese del settore. Va infatti ricordato che il Sistri, con tutti gli adempimenti che comporta, non è mai stato molto amato dagli operatori, che spesso lo hanno giudicato un sistema addirittura superato di tracciabilità informatica dei rifiuti. Ad ogni buon conto questi emendamenti passano, e fanno slittare a fine 2018 la vera e propria entrata in vigore del “nuovo” Sistri con tutta l’impalcatura sanzionatoria che dovrebbe garantirne una virtuosa implementazione.

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