Riforme promesse, i conti di Renzi non tornano

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di Angelo Perfetti

Una riforma al mese. Renzi era sicuro di farcela, o almeno ostentava sicurezza il giorno in cui fu incaricato da Napolitano di fare il nuovo governo. Tanto sicuro da dettare date e tempi: “Entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulle riforme costituzionali ed elettorali da portare all’attenzione del Parlamento e da subito dopo, nei mesi successivi, immediatamente nel mese di marzo la questione del lavoro, nel mese di aprile la riforma della Pubblica amministrazione e nel mese di maggio quella del fisco”. Poi però, tra il dire il fare, c’è di mezzo il mare. E nel mare veleggia il Transatlantico, quello che ospita la politica. Così le riforme del nuovo corso si sono arenate sulle secche dei veti incrociati. I tempi annunciati per dare forma compiuta alle riforme sono così saltati praticamente tutti.

Entro febbraio
Il lavoro urgente da fare era quello sulle riforme costituzionali, e più precisamente sul cosiddetto Titolo V, quello cioè che assegna alle Regioni poteri sulla gestione, tra le altre cose, di sanità e trasporti. Una misura indispensabile per tornare ad un maggiore controllo sulle spese che le stesse Regioni hanno fatto negli anni creando delle voragini di bilancio che mettono oggi a dura prova l’efficienza dell’ente e la qualità dei servizi erogati ai cittadini. Per non parlare degli sprechi e dell’utilizzo improprio del denaro pubblico, casi spesso finiti nel penale. Ebbene, già poco dopo l’insediamento quella “dead line” di febbraio 2014 era già sparita, spostata in avanti di circa un mese. Poi si è parlato del 25 maggio come data per il superamento del bicameralismo e per la riforma del Titolo V. Niente da fare, si passerà a giugno, dopo le elezioni. Anche se il Def 2014 parla esplicitamente di settembre 2014. Sia come sia, il primo appuntamento è stato “bucato”.

Entro marzo
In un’Italia stretta dalla morsa della disoccupazione, giovanile e non , era fondamentale ridare speranza. Ma quella di concludere tutto l’iter della riforma sul lavoro prima del 17 marzo, data di incontro con la Merkel, è rimasta tale. Nonostante questo, il tema del lavoro è quello sul quale ci si è mossi un po’ di più: intanto almeno formalmente la data è stata rispettata, perché il decreto n.34 è stato votato in Consiglio dei ministri il 12 marzo, un giorno prima della scadenza della promessa. Secondo poi, perché proprio ieri si è arrivati all’approvazione definitiva del decreto lavoro. Ma da qui a dire che l’opera è compiuta ce ne passa. Il dl approvato ieri è solo una parte, infatti, del famoso Jobs act che Renzi ha presentato all’Italia.

Entro aprile
La Pubblica amministrazione, quel colosso mangia soldi dove l’inefficienza spesso l’ha fatta da padrone, dove gli sprechi si sono annidati per lungo tempo in ogni fornitura, dove la burocrazia fa più danni del malaffare, andava riformata. Così facendo si sarebbero anche trovate le risorse per pagare i creditori che attendono da anni, alcuni dei quali ormai anche falliti per colpa di questo perverso meccanismo statale che chiede ma non dà. Purtroppo però alla scadenza non è arrivato nessun decreto, ma una bozza di un disegno di legge che approderà al Cdm a metà giugno.

 Entro maggio
Con Equitalia vista come una sanguisuga che mette le mani nelle tasche di famiglie e imprenditori, con una pressione fiscale arrivata oltre i limiti del sopportabile, era doveroso un richiamo forte alla riforma della fiscalità. E su questo Renzi ha spinto molto, tanto da arrivare nei tempi all’approvazione delle modifiche su Irap e Irpef, definendo anche i celeberrimi 80 euro. Qui il problema non è solo della tempistica (anche in questo caso si deciso solo su una parte dei provvedimenti da fare lasciando ancora fuori, ad esempio, la riforma del catasto), ma le coperture finanziare dell’intera operazione, messe in discussione dai tecnici.

Renzi non molla
‘’Le Province sono già state cancellate, la legge elettorale è stata approvata in prima lettura alla Camera. Poi si è passati alla riforma del Senato. Berlusconi – ha affermato Renzi – disse che non si poteva votarla entro il 25 maggio per non dare un vantaggio elettorale per Renzi. E allora si è rinviato a dopo le elezioni. Vogliamo parlarne in Parlamento? Noi in Parlamento i numeri li abbiamo, e l’apertura nei confronti di Berlusconi è un atto di sensibilità istituzionale, non è un atto di necessità politica. Le regole si fanno insieme, ma se Berlusconi non vuole farle più le faremo con chi ci sta.
Berlusconi decida se stare al tavolo o no. Se sta al tavolo ascoltiamo lui, ascoltiamo Forza Italia che è un partito che prende milioni di voti. Se decide che non vuole starci e vuole andare in Parlamento, si vada in Parlamento. Ragazzi, c’è un accordo al 95 per cento su tutti i punti, ma di che parliamo?’’.

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A parole son tutti d’accordo su fare tutto. Magari pure in fretta, sostengono in pubblico. E concordano anche sulla necessità di riformare lo Stato, ritoccare la Costituzione, abbattere i costi e ridurre il numero dei parlamentari. A parole però, perché di fatti nemmeno l’ombra. Per una ragione o per un’altra, tanto a destra quanto a sinistra, la vera idea vincente è quella di stoppare, rinviare, congelare, in qualche caso addirittura cancellare. Perché l’importante è promettere, non realizzare. E Matteo Renzi si è rivelato un vero mago nell’apparecchiare i tavoli, con posate d’argento e bicchieri di cristallo, ma con piatti rigorosamente vuoti. Un esempio su tutti. Il 17 febbraio scorso il presidente del Consiglio – appena nominato e non ancora in carica – dice: “Entro il mese di febbraio compiremo un lavoro urgente sulle riforme della legge elettorale e istituzionali, nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile la pubblica amministrazione e in maggio il fisco”, Citiamo testualmente da un lanci d’agenzia. La formula annunciata è questa: portare a compimento una riforma ogni trenta giorni.
Bene, bravo, sette più. Peccato che la parte non renziana del Pd ha lavorato per disinnescare la bomba delle riforme, nella convinzione che sarebbero stare un boomerang. E l’ala renziana del Pd è corsa subito ai ripari avendo capito che l’accordo con Silvio Berlusconi non avrebbe retto. Anzi, si sarebbe trasformato in un abbraccio mortale ancor prima di aver sviluppato un antidoto. Forza Italia, infatti, a parole era d’accordo sulla legge elettorale presentata da Renzi, mentre in privato stava già lavorando per smontarla. I sondaggi erano già virati verso il salto in alto di Grillo. Ragione per la quale l’Italicum è nato morto. E Dopo le europee sarà definitivamente seppellito. E quello è stato solo l’inizio del reality renziano. Il premier, infatti, non pago di quello spot sciorina una lunga serie di. L’elenco è lungo: da “entro 15 giorni pagheremo tutti i debiti della P.A.” a “entro il 1° maggio il 10% del costo dell’energia per le imprese”, passando per l’edilizia scolastica, il lavoro, i “mitici” 80 euro, il piano casa e le Province. Da allora ad oggi cosa è successo? Niente. Il partito del rinvio ha preso il sopravvento, fermando tutte riforme annunciate. E di questo partito fa parte la minoranza del Pd, che mira a smontare il cartello elettorale di Renzi, in modo da regolare i conti dopo le europee. Stesso ragionamento, grosso modo, viene fatto dalle parti di Forza Italia. Perché dovremmo votare le riforme di Renzi se con queste fa campagna elettorale? Possiamo dare un così grande vantaggio al futuro avversario, finto alleato di oggi? No, che non si può. E allora avanti tutta con il fermi tutti. Sulle riforme abbiamo scherzato. Ovviamente il partito del non fare ha trovato in Beppe Grillo e nel Movimento 5 Stelle l’azionista di riferimento, mentre Scelta Civica e Ncd fanno gli spettatori interessati. Con la tattica del controcanto i pentastellati propongono, in modo sistematico, l’esatto contrario di quello che dice il governo. Il risultato è che alla Camera e al Senato mancano costantemente i numeri. Per questa ragione un esecutivo che dovrebbe rappresentare il nuovo è costretto a ricorrere ai vecchi schemi, usando il voto di fiducia come un bazooka. “Se non votate si va tutti a casa e Renzi si dimette!”. La ministra delle Riforme, famosa più per le sue forme più che per i provvedimenti approvati, Maria Elena Boschi ha già questa formuletta vagamente ricattatoria almeno tre o quattro volte. E siccome molti deputati sono attacchi alla poltrona, più che alle sorti del Paese, la ricetta funziona. Così Scelta civica si adegua al trend e gli altri partitini fanno altrettanto. Chi prova a smarcarsi, ma solo per una questione di visibilità elettorale, è il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano che ha puntato i piedi su un piano di provvedimenti, come il decreto sul lavoro voluto dal ministro Poletti. Poca cosa però, rispetto al contesto generale. Perché chi vince davvero è il partito del rinvio, composto dalla maggioranza della minoranza del Pd e da una consistente fetta di Forza Italia. In pratica Berlusconi avendo siglato l’accordo del Nazzareno con Renzi non ha fatto altro che imbrigliare il premier. Con non può nemmeno contare sui numeri di Sel. I vendoliani, infatti, stanno alla finestra, in attesa di tempi migliori. Così la logica delle maggioranze variabili inaugurata da Renzi rischia di dar vita alla stagione del rinvio, delle promesse da marinaio in attesa di un porto nuovo. “Se arriviamo al passaggio del 25 maggio senza aver fatto la legge elettorale”, scandiva il premier il 18 dicembre alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa – e, almeno in prima lettura, la riforma costituzionale non andiamo da nessuna parte”. La sensazione è quella che profezia si stia avverando….

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