Riforme nel pantano

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Di Antonello Di Lella

Un teatrino politico in cui gli attori non mancano davvero. Peccato che non si diverta più nessuno. Senza contare i cittadini sempre meno interessati al dibattito politico. Anche perché del dibattito c’è rimasto ben poco. Ormai si va avanti con attacchi, post e tweet al veleno. E così il clima sulle riforme e, in particolare, su quella del Senato per cui il governo Renzi ha deciso di imporre la tagliola e mettere da parte ogni discussione, si fa sempre più teso. Con tre attori principali saliti alla ribalta nella giornata di ieri. Il leader del Movimento 5 Stelle che attacca, il capo del governo Renzi che risponde e il presidente del Senato che rivendica la sua imparzialità. Una sfida a chi urla di più. Proprio su questa linea è andata avanti tutta la giornata.

La bagarre
Ancora un Grillo all’attacco totale. Nel mirino, dopo l’accelerazione sulla riforma di Palazzo Madama su cui si dovrebbe arrivare al voto al massimo entro la giornata dell’8 agosto, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Si chiama colpo di Stato. Mussolini ebbe più pudore, non lo chiamò riforme”, scrive Grillo in un post, “e il regista di questo scempio è Napolitano che dovrebbe almeno per pudore istituzionale dimettersi subito e con il quale le forze democratiche non dovrebbero avere più alcun rapporto. La via d’uscita da questa situazione è rappresentata da nuove elezioni, la legge c’è. È quella emendata dalla Corte Costituzionale, con le preferenze e senza un abnorme premio di maggioranza”. Una sfuriata conclusa con la porta chiusa definitivamente al capo di Stato: “Il Movimento 5 Stelle non terrà d’ora in avanti alcun contatto con un uomo che ha abdicato al suo ruolo di garante della Costituzione”. Immediata la replica di Renzi via Twitter: “Riforme: dice Grillo che il nostro è un colpo di stato. Caro Beppe: si dice sole”. Controreplica piccata del leader dei 5 Stelle: “No, colpo di P2”. E pensare che fino alla settimana scorsa i due sostenevano di voler dialogare. Probabilmente non ci ha creduto mai nessuno. Chi invece aveva ancora qualche dubbio ora l’ha sciolto definitivamente.

E Grasso prende le distanze
C’è poi il capitolo Pietro Grasso. Perché dopo essere stato preso di mira per aver autorizzato il voto segreto su una miriade di emendamenti, il presidente del Senato è passato al contrattacco. “Ho ben chiaro il mio ruolo di garante”, ha affermato Grasso, “So che il ruolo del giudice imparziale è tra i più esposti a critiche, ma questo non ha mai intaccato la mia terzietà prima e non lo farà neanche ora”. Ma perché il voto segreto? “Il regolamento non lascia alcun margine di interpretazione. La ratio di questa norma, chiarissima nella sua espressione, e’ dare corpo ad un articolo della prima parte della nostra Costituzione, quella sui principi fondamentali, che sono ritenuti immodificabili”. E il messaggio di Grasso era rivolto anche a tutti quelli del Partito democratico che in questi giorni non hanno nascosto le critiche nei suoi confronti. Poi la stoccata anche allo scontro in atto nel triangolo Grillo-Renzi-Napolitano: “Non è questa l’immagine che la politica deve dare al Paese. Le accuse e le iperboli devono lasciare spazio al confronto”.

La fronda non molla
Non si sgonfia intanto la fronta interna del Partito democratico e via Facebook il senatore Corradino Mineo, da mesi il leader dei contrari al nuovo disegno di Palazzo Madama ha lanciato un appello al premier invitandolo ad andare in Aula prima del voto previsto dalla tagliola. “Ora si votano i decreti. Ci sono tre giorni per riflettere prima che riprenda la battaglia del Senato. Se fosse un leader”, ha scritto Mineo, “se non si fosse ormai convinto che solo elezioni anticipate possono salvarlo dal fallimento delle sue promesse, Matteo Renzi smetterebbe l’aria da grullo che ha assunto nell’intervista a Friedman e verrebbe in Senato”. Sul Senato elettivo Mineo non ci pensa proprio a mollare la presa e ha invitato Renzi ad aprire all’elettività: “L’accusa di autoritarismo gelerebbe nella bocca degli stolti. E il capo mostrerebbe di saper vincere senza voler stravincere”, attacca Mineo, “ma questo è un sogno, forse Matteo Renzi, quello vero, è ormai circondato, anzi accerchiato, da seguaci inebriati, collaborazionisti inaciditi, e cantori esaltati”. Sta di fatto che il premier ha ribadito la posizione del governo, ovvero, qualora ottenesse i 2/3 dei voti in Parlamento sulla Riforma farebbe comunque un referendum popolare. Sempre che non lo debba fare non per scelta, ma per forza. Poi, in serata, una piccola apertura: per sbloccare lo stallo in Senato, il governo potrebbe apportare modifiche su soglie e preferenze.

RIPRENDE QUOTA IL PIANO B. I PARTITI SI SCALDANO PER TORNARE SUBITO AL VOTO

Di Sergio Castelli

Il rischio è che qualcuno alla fine perda le staffe. Perché il percorso delle Riforme appare ogni giorno che passa sempre più minato. Prende quota quindi un piano B, con i partiti già al lavoro. Inutile girarci intorno: se il percorso dovesse complicarsi ulteriormente ben presto si potrebbe tornare alle urne. E non a caso negli ultimi giorni le linee telefoniche del centrodestra sono diventate roventi. Più di qualcuno dei diretti interessati, però, resta perplesso sull’eventualità di un nuovo matrimonio Forza Italia-Ncd. Il Movimento 5 Stelle, intanto, è già tornato a chiedere chiaramente subito il voto, mentre il premier Matteo Renzi con tutto il suo staff, ministro delle Riforme Maria Elena Boschi in primis, lo ha lasciato intendere con l’ultimatum sulle Riforme. A far paura sono soprattutto i frondisti, quanto quelli del Partito democratico stesso, quanto quelli di Forza Italia.

Cosa bolle in pentola
Altro che legge elettorale e riforma del Senato, il vero obiettivo di Berlusconi sarebbe la riforma della Giustizia. E proprio per questo motivo cresce la maretta tra le fila minoritarie del Partito democratico; per il presidente del Consiglio le prossime mosse saranno decisive. La minoranza lo aspetta al guado. Dibattito aperto anche in Forza Italia e nel Nuovo Centrodestra. Fibrillazione tra gli alfaniani, voci dal Palazzo parlano già di alcuni parlamentari pronti a tornare da Silvio. Maurizio Sacconi (Ncd) ieri lo ha ribadito: “Siamo determinanti per le Riforme. E i nostri senatori aiuteranno a metterle in atto”. Il più perplesso su un nuovo abbraccio con Berlusconi sarebbe proprio il coordinatore nazionale di Ncd, Gaetano Quagliariello. A sbilanciarsi, nei giorni scorsi, per il ritorno con Fi è stata Nunzia De Girolamo. E per questo bacchettata, oltre che da Quagliariello, anche da Fabrizio Cicchitto ed Enrico Costa. Insomma trattative aperte. Come anche la questione della leadership tra i moderati e della scelta dei candidati in Forza Italia. Se Berlusconi non vuole sentir parlare di primarie, all’interno del suo partito trova l’opposizione di quelli che fanno capo a Raffaele Fitto che fanno passare proprio nella scelta diretta dei rappresentanti il cambio di passo tanto auspicato. Il dibattito resta aperto e i due, che fino a qualche giorno fa erano completamente in rotta, si sono incontrati nella giornata di giovedì. Il riavvicinamento c’è stato, anche se sulle primarie ognuno è rimasto fermo sulla propria posizione.

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