La rivolta contro le mascherine che dice tanto di noi. Possiamo toglierle ma non eliminarle. E c’è chi ne fa una bandiera di finta libertà

mascherine
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Simbolo di salvezza e strumento di tortura: la mascherina chirurgica, protagonista indiscussa della pandemia, è capace di contenere in sé gli opposti e di generare ancora oggi forti divisioni. I bollettini Covid nazionali che fotografano attraverso i numeri la situazione dei contagi, delle ospedalizzazioni e dei decessi ci convincono che il peggio è alle spalle, ma è chiaro che non è finita qui.

Perché il virus muta diventando più aggressivo (la variante indiana, ribattezzata “delta”, lo dimostra); perché i vaccini procedono ma l’immunità di gregge – seppure meno lontana – non è ancora raggiunta (siamo sulle 500.000 somministrazioni vaccinali quotidiane e si parla di settembre per avere l’80% di immuni sul suolo nazionale); perché ci sono troppi soggetti fragili che non hanno ancora avuto la prima dose di vaccino (oltre 2,4 milioni di over 60 che la ministra Gelmini invita ad andare a chiamare a casa).

E allora che fine fa la mascherina? Nel nostro Paese non più prevista all’aperto se garantito il distanziamento, mentre dal 19 luglio sarà facoltativa in Gran Bretagna, di pari passo con le aperture generalizzate, nonostante la variante delta e contro il parere di illustri scienziati che, stando a quanto riporta il Guardian, ritengono la strategia adottata a Downing Street molto pericolosa.

Ce lo chiediamo perché la mascherina non è più soltanto un essenziale presidio medico, ma si è caricata di significati che vanno ben oltre le mere finalità empiriche per cui massivamente si produce. L’uso che della mascherina si fa (o non si fa) racconta chi siamo, il nostro modo di stare nelle relazioni, la nostra fiducia nella scienza e nelle istituzioni, la nostra capacità di sacrificare una libertà per il bene collettivo di cui fa parte – ed è per alcuni una scoperta incredibile – il nostro bene individuale o, per chi aborra la connotazione morale – il nostro “utile”.

STRAFOTTENTI E RESPONSABILI. Sondaggi mostrano come i filoeuropeisti utilizzino con disciplina e orgoglio la mascherina, mentre i detrattori della Ue in Gran Bretagna la ritengano – al pari dei trumpiani in America – una “mordacchia” inutile e ne condannano l’uso. E allora c’è chi indossa la mascherina all’aperto anche quando non potrebbe farlo e chi non la indossa al chiuso quando dovrebbe farlo. Il tutto fondato su precise prese di posizione che macroscopicamente potrebbero essere sintetizzate così: “è ormai parte integrante della quotidianità e la pandemia non è ancora un ricordo” versus “non ci sono quasi più morti, basta sacrifici”.

Senza voler giungere alla semplificazione categoriale – che pure viene facile – tra “responsabili” e “irresponsabili” balza agli occhi che i mesi più duri dell’emergenza Covid a molti non abbiano insegnato granché e che costoro, in taluni casi, siano genitori di figli in età scolastica che quella mascherina saranno quasi certamente obbligati a metterla anche all’avvio del prossimo anno scolastico e che quindi dovrebbero dare il buon esempio non vanificando il grande sforzo che docenti e studenti sono chiamati a fare per garantire il rispetto del diritto all’istruzione allontanando la pur utile (ma alienante se utilizzata in via strutturale) pratica della dad. C’è chi, come gli scienziati che hanno affiancato Boris Johnson, si spinge a dire che quando non obbligatorio l’uso della mascherina resta un significativo atto di cortesia nei confronti di chi si sentirebbe a disagio in sua assenza. Ecco, qualcosa mi dice che saremmo costretti a reiterare molti “ma mi faccia la cortesia…!”.