Rivoluzione al Tesoro, castigati i funzionari infedeli

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di Angelo Perfetti

Già è difficile far pagare le tasse, stanare gli evasori, rincorrere chi non paga. Già l’Agenzia delle Entrate nell’immaginario collettivo è vista come un vessatore che non tiene conto delle esigenze di imprese e famiglie. Ma se a tutto questo aggiungiamo ciò che può arrivare da un comportamento illecito di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate che si fa pagare profumatamente per evitare una verifica fiscale, l’immagine che ne esce fuori è devastante. Primo perché testimonia come nello Stato ci siano persone senza scrupoli che utilizzano il proprio “potere” a danno della collettività, poi perché passa il messaggio che certe verifiche non siano fatte con lo scopo di stanare gli evasori ma di mettere gli imprenditori in condizioni di dover pagare un pizzo, né più né meno come fa la malavita organizzata. A questo punto parlare di fiducia nelle Istituzioni è perlomeno azzardato.

Tolleranza zero
Ecco perché da tempo la Corte dei Conti interviene non solo per quantificare i danni all’Erario provocati da comportamenti illeciti da parte di funzionari pubblici o amministratori, ma – estendendo il codice penale – quantificando il danno di immagine che comportamenti delittuosi provocano all’erario, e nello specifico al Ministero dell’Economia – Agenzia delle Entrate.

Il caso
È il caso della condanna a 250 mila euro che la Corte dei Conti, con sentenza n.995/2014, ha inflitto a un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, Dante D’Addario, accusato insieme ad altre cinque persone di aver ottenuto dalla Print System di Grottaferrata (Roma) 750 mila euro per evitare una verifica fiscale sulla società – scrivono i giudici – che lo stesso “avrebbe altrimenti paventato come possibile ad effettuarsi con necessità di esborsi di gran lunga più onerosi e consistenti”. Insomma, il furbetti dell’Erario facevano capire che era meglio pagare subito per evitare conseguenze più pesanti dopo. Inutile sottolineare che da qualunque parte la si veda il danno all’immagine è evidente: o i controlli sono fatti ad arte per creare il caso e poi chiedere la tangente, oppure si sarebbe dovuto procedere con mano dura verso un evasore e non lo si è fatto per lucrarci in proprio. In entrambi i casi l’Agenzia delle Entrate non ne viene fuori proprio come un ente affidabile. E così, dopo la condanna del Tribunale di Roma alla pena di un anno e sei mesi di reclusione (pena sospesa) e la confisca della somma costituente il reato, lo Stato ha deciso che non era più il caso di fermarsi al giudizio penale, e ha chiesto i danni d’immagine. La difesa ha provato ad eccepire che il funzionario non avrebbe preso direttamente alcuna mazzetta, ma per i giudici la condanna comminata dal Tribunale non fa distinzione di ruoli tra i 6 indagati, col risultato di mettere tutti sullo stesso piano. Ma dei sei, il funzionario delle Entrate era lui, ed a lui ora vengono chiesti i danni.

Danno d’immagine
I giudici della Corte dei Conti chiariscono: “Con l’espressione danno all’immagine della Pubblica amministrazione deve intendersi quella grave lesione della dignità, del prestigio e dell’autorevolezza della Pubblica Amministrazione determinata da una condotta che ha inciso sui valori primari che ricevono protezione in modo immediato dall’ordinamento costituzionale e da quello finanziario contabile”.
Ma cosa successe? Fu effettuata una falsa verifica, ma la presenza del funzionario verificatore indusse il titolare dell’azienda a credere che la verifica fosse reale, conferendo all’operazione il crisma dell’ufficialità. Poi iniziò la fase due, ossia la ricerca di un accordo oneroso. Che arrivò, ma che fu registrato da intercettazioni e fotografie. Da lì il percorso penale, concluso con un patteggiamento. Il danno è stato quantificato – come detto – in 250 mila euro in quanto calcolato secondo una stima di quanto, rispetto ai 750 mila euro sborsati dalla vittima del raggiro, sia effettivamente entrato nelle tasche del funzionario infedele.