Romani, Caianiello, Comi & C. Tutti gli impresentabili del Cavaliere. Forza Italia è funestata da processi e condanne. Compresa quella di Berlusconi che ambisce ad entrare in maggioranza

di Davide Manlio Ruffolo
Politica

Schiacciato dalle urne, il Cavaliere sembra avere ancora un discreto seguito in politica tanto che, dopo la timida apertura ad una collaborazione con la maggioranza, c’è chi addirittura accarezza il sogno di un governo allargato a Forza Italia. Così se Matteo Renzi e il Pd strizzano l’occhio all’ex premier, il Movimento continua a tenere la barra dritta escludendo ogni possibile inciucio. Del resto appare difficile dar torto ai grillini visto che Forza Italia è un partito funestato da scandali, inchieste e processi, a partire da quelli, ormai incalcolabili, che hanno coinvolto proprio Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, infatti, è rimasto più volte invischiato nelle strette maglie della giustizia italiana tanto che è decaduto da senatore ed è tutt’ora sotto processo in quanto imputato, assieme ad altre 28 persone tra cui diverse olgettine, per corruzione in atti giudiziari nel cosiddetto Ruby ter.

Un procedimento scaturito per far luce sulle testimonianze delle ragazze, ritenute false e che sarebbero avvenute dietro pagamento. Non meno eclatante è stata l’inchiesta che ha travolto Marcello Dell’Utri, il fedelissimo del Cav accusato di associazione mafiosa e che recentemente ha finito di scontare la sua condanna definitiva. L’ormai ex politico, per la Cassazione ha avuto rapporti con Cosa nostra tra il 1974 e il 1992. Alla vigilia della sentenza della Suprema Corte, tra l’altro, l’ex senatore tentò la fuga in Libano ma la sua latitanza durò poco perché venne rapidamente concessa l’estradizione all’Italia.

Un refrain quello dei suoi legami mafiosi e del ruolo di “cerniera” tra Cosa nostra e il Cavaliere, che torna anche nella sentenza di primo grado del processo sulla Trattativa tra Stato e Mafia dove l’ex senatore è ritenuto il “portatore” della minaccia mafiosa presso l’allora presidente del Consiglio e che per questo è stato condannato a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Più recentemente la giustizia ha chiuso i conti, almeno parte di questi, con Denis Verdini. L’ex senatore di Forza Italia e poi di Ala, è stato condannato a sei anni e sei mesi per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino, la banca di cui Verdini era stato presidente per 20 anni, dal 1990 al 2010.

Tra i casi più recenti c’è però quello della Procura di Milano con l’inchiesta che, non più tardi di un anno fa, ha scardinato un sistema di potere con al centro un sistema di tangenti, finanziamenti illeciti, nomine e appalti pilotati in Lombardia, che qualcuno, con poca fantasia, ha ribattezzato “la tangentopoli lombarda”. Una vicenda per la quale rischiano il processo, tra i tanti politici azzurri, l’ex capo di Forza Italia in provincia di Varese Nino Caianiello, il suo braccio destro Alberto Bilardo, l’ex-eurodeputata Lara Comi.

Ma a finire nella sterminata lista di forzisti, o ormai ex, che hanno fatto i conti – piccoli o grandi che siano – con la giustizia c’è anche il senatore Paolo Romani (nella foto con il Cavaliere) che è stato condannato per peculato in quanto, secondo i giudici, tra il 2011 e il 2012 diede una sim del Comune alla figlia che ne fece “un utilizzo che non è avvenuto all’insaputa del Romani ma con il suo pieno consenso”. Altro caso che ha destato scalpore è quello per il quale è stato condannato in primo grado a due anni di reclusione l’ex ministro dell’Interno e attuale sindaco di Imperia, Claudio Scajola. Per i giudici di Reggio Calabria il politico aiutò l’ex parlamentare forzista Amedeo Matacena, tuttora latitante a Dubai, a sottrarsi ad una sentenza definitiva per concorso esterno trovando riparo in Libano.

NIENTE INCIUCIO. Quel che è certo è che dopo anni di scandali, indagini e processi, per i 5 stelle l’ingresso di Forza Italia nel governo viene bollata come “fantapolitica”. Proprio per questo, considerato che sul fronte Pd non tutti sono pronti a escludere questa eventualità, a mettere un punto definitivo sulla questione è il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che su Facebook ha postato un articolo de il Mattino di due anni fa quando Berlusconi lo chiamò al telefono e lui si negò. Un link accompagnato da un messaggio lapidario da parte del grillino in cui si legge: “Era così allora, è così oggi”.