L’idea di fissare uno stipendio “su misura” per Milano, con una soglia base di 10 euro l’ora da ancorare all’elevato costo della vita, viene presentata dai promotori come una risposta pragmatica a un problema reale. Ma dietro il lessico rassicurante – “non sono gabbie salariali” – si intravede un rischio antico e mai davvero superato: quello di cristallizzare e finanche ampliare le disuguaglianze territoriali invece di ridurle. Nessuno nega l’evidenza dei numeri.
A Milano vivere costa di più: tra il 2015 e il 2021 gli affitti sono aumentati del 22% mentre i salari sono cresciuti del 12%. È una forbice che stringe soprattutto i lavoratori a reddito medio-basso e che rende sempre più difficile abitare e lavorare lì. Da qui la tentazione di un correttivo locale, costruito ad hoc per la capitale dell’economia italiana e discusso in questi giorni tra amministrazione comunale e sindacati, Cisl compresa. La stessa Cisl che continua pervicacemente a opporsi a un salario minimo legale di 9 euro l’ora, proposto dalle opposizioni. Proprio questa contraddizione dovrebbe far riflettere: se una cifra minima a livello nazionale viene giudicata dai suoi detrattori come sbagliata o pericolosa, perché improvvisamente diventa accettabile qualora venga fissata su base territoriale? Cambia il contesto, si dirà. Ma il principio resta: legare la retribuzione al luogo e non al valore del lavoro significa continuare a segmentare il mercato.
Milano, inoltre, non è una città qualunque. Qui si concentrano già i salari medi più alti del Paese. E il divario Nord-Sud resta impressionante: nel settentrione gli stipendi dei dipendenti privati sono mediamente superiori del 50% rispetto a quelli del Mezzogiorno. L’alternativa esiste ed è nota da tempo: un grande patto tra sindacati e associazioni datoriali per aumentare i salari ovunque, non solo dove il problema è più visibile o mediaticamente spendibile. Un’azione coordinata che tenga insieme retribuzioni, contrattazione collettiva, innovazione e produttività. Perché paghe più alte non sono solo un costo, ma anche un investimento: sulla domanda interna, sulla qualità del lavoro, sulla competitività del sistema.
Muoversi in ordine sparso, addirittura città per città, rischia di essere una scorciatoia. Utile, probabilmente, a conquistare qualche titolo di giornale o a dare l’idea di una politica “che fa qualcosa” ma insufficiente – se non dannosa – quando si tratta di cambiare davvero le condizioni materiali dei lavoratori italiani. Se ne prenda atto, prima che il rimedio si riveli peggiore del male.