Salvini licenziato da metà della Lega. L’altra metà aspetta le elezioni amministrative. Pure Fedriga sconfessa Matteo. Fra addii e liti continue in via Bellerio è già aria da resa dei conti

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Se qualcuno volesse un segnale tangibile della crisi nera che sta attraversando la Lega – o meglio la leadership salviniana – con tutte le sue contraddizioni e i suoi errori strategici, basta leggere la paradossale dichiarazione di voto con la quale ieri la deputata del Carroccio Rossana Boldi, ha tentato di giustificare il sì del suo partito alla fiducia posta dal governo alla Camera sul secondo decreto Green Pass.

“Rinnoviamo la fiducia al presidente Draghi e al governo ma ricordiamo la promessa di non aumentare in nessun modo le tasse, di aprire i cantieri, di tenere sotto controllo i costi dell’energia. Noi facciamo proposte concrete per il Paese – ha puntualizzato – non vogliamo aumenti di tasse, no alla riforma del catasto. Vorremmo si parlasse di questo e non di riforme ideologiche come lo ius soli e il ddl Zan”: è evidente che citare le misure di contenimento della pandemia – fra cui appunto l’estensione dell’obbligo della certificazione verde – insieme a questioni come le tasse e lo Ius soli sia un maldestro tentativo di nascondere la polvere sotto al tappetto, di negare che sulla questione Green Pass Matteo Salvini ha fallito su tutta linea, cedendo di fatto ai diktat del premier Draghi – irremovibile nella sua posizione “rigorista” – ma anche a quella parte della Lega – il solito Giancarlo Giorgetti e tutti i governatori del Nord – che su questi temi non ha mai seguito il segretario e l’ala barricadera – capitanata da Claudio Borghi e da Armando Siri – super critica sulle misure del governo, ritenute restrittive ed eccessive.

GLI ADDII INIZIANO A PESARE. All’interno del Carroccio si tende a minimizzare: la parola d’ordine, per tutti è quella di tenere un low profile, di non fornire il fianco a chi dipinge la leadership di Salvini traballante e il partito in guerra fra fazioni (critici e governisti, la dualità fra la Lega di lotta e di governo, per intenderci). A tal proposito si cerca di ridimensionare anche l’addio dell’europarlamentare siciliana Francesca Donato – la cui candidatura a Bruxelles è stata sapientemente “costruita” e lanciata nei salotti tv, dove fino a ieri veniva mandata dalla Lega a perorare la causa – che dopo “una lunghissima e approfondita riflessione” è “giunta alla sofferta decisione di uscire dal partito” nel quale è stata eletta (messa in lista direttamente da Salvini visto che non è mai stata una militante della leghista), partito che ormai, scrive sui suoi social , non è più in sintonia coi valori in cui crede fermamente, “quelli dell’uguaglianza, della libertà individuale e della dignità umana, sempre più calpestati dai provvedimenti presi dal governo Draghi, di cui la Lega fa parte”.

Ovviamente il riferimento è alle decisioni su Green Pass e all’ipotesi e obbligo vaccinale, ed è subito Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, fiero esponente dell’ala “governista”, a precisare che: “Nel primo partito d’Italia è normale che ci siano correnti diverse, ma dentro la Lega non c’è spazio per i No vax” (leggi l’articolo). Fatto sta che Salvini non può non prendere atto che, nonostante i suoi equilibrismi e i cambi di parere repentini, non riesce più a tenere il partito.

ZAIA METTE IL CARICO. “Chi va via lo ringrazio, lo saluto e tanti auguri”, prova a tagliare corto Salvini, che deve fare i conti con la defezione a Bruxelles della Donato che arriva dopo qualche mese da quella “pesante” di Vincenzo Sofo, scettico della prima ora sul governo Draghi, che ha sbattuto la porta e mollato il gruppo Identità e Democrazia dopo il voto di fiducia della Lega al premier lo scorso 18 febbraio. In quell’occasione, anche il deputato e coordinatore leghista dell’Emilia Gianluca Vinci decise di non votare, in dissenso con la scelta del suo partito, la fiducia all’ex numero uno della Bce.

Sia Sofo che Vinci sono poi approdati in FdI, che sui territori ha visto in questi ultimi mesi incrementare la richiesta di “accoglienza” da parte dei leghisti in fuga dalle incoerenze salviniane. Sottolineate ieri, peraltro, anche dal governatore del Veneto Luca Zaia, che ammette: “La Donato neanche la conoscevo… Ma un partito è uno spaccato della società quindi non trovo nulla di strano che ci sia chi non la pensa come noi”. Peccato che fosse una di loro scelta direttamente dal capo come i vari Borghi, Siri e Durigon. E in ogni caso, il Doge, conclude sibillino che “una sintesi va fatta”. Ergo: i nodi prima o poi vengono al pettine.

Passa la fiducia sul Green Pass. Ma mezzo Carroccio vota No (di Raffaella Malito)

Che la Lega sia spaccata tra l’anima salviniana e quella che fa capo al ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e ai governatori del Nord è cosa nota e ampiamente documentata. Ieri il voto alla Camera sulla fiducia al decreto Green Pass bis lo ha confermato. Solo il 60% dei deputati verdi ha votato sì: 80 su 132 eletti. Tra gli assenti del Carroccio 11 deputati risultavano in missione, 41 quelli non giustificati. In totale i voti a favore sono stati 413, 48 i contrari, un astenuto. Il Green Pass bis introduce la certificazione verde per scuole, università e trasporti e ha inglobato il decreto ter che estende l’obbligatorietà del lasciapassare a chi accede nelle scuole e negli atenei e introduce l’obbligo di vaccini per i dipendenti delle Rsa.

AMBIGUITA’. A prendere la parola nell’aula di Montecitorio è stata, per la Lega, Rossana Boldi. Che ha comunque confermato un’ambiguità di fondo. La deputata del Carroccio, che si definisce “vaccinista convinta”, pur chinando il capo e sposando col sì alla fiducia il rigore di Palazzo Chigi, pare allo stesso tempo non rassegnarsi all’obbligatorietà della tessera verde. “La vita degli italiani – spiega Boldi – oggi dipende dal possesso di un Qr code, non da un vaccino. Più si allargano i divieti, più si aumentano le regole, più uno Stato serio deve preoccuparsi che i suoi cittadini non devono impazzire per averlo questo benedetto green pass. Un conto è non poter andare al ristorante, un altro è non poter andare a lavorare. Le nostre mail sono piene di richieste di aiuto di cittadini che, per errori burocratici, disguidi, norme contraddittorie si ritrovano bloccati in un limbo”.

Un’ambiguità, in ultimo, che pare riflettersi anche nella voglia di dirottare altrove, rispetto al Green Pass, l’attenzione. “Rinnoviamo – dice ancora Boldi – la fiducia al governo Draghi, ma ricordiamo la promessa di non aumentare in nessun modo le tasse, di aprire i cantieri e tenere sotto controllo i costi dell’energia. Parliamo di questo, non di ius soli, di legge Zan, di riforme ideologiche”. Tra gli assenti anche Claudio Borghi. Il deputato, in linea con gli umori salviniani, aveva provato nelle settimane scorse a fare ammuina sui provvedimenti relativi al Green Pass. Ma senza successo. Quello che rimane agli atti è comunque il sì della Lega e al momento il prevalere della linea di Giorgetti.

SENZA INDUGI. Sì convinto alla fiducia dagli altri partiti. “Dopo aver messo in sicurezza gli operatori sanitari dobbiamo onorare il nostro debito verso gli studenti. Dalla possibilità di vivere lo studio in presenza parte la rinascita del Paese. Chi pretende di non vaccinarsi mette a rischio tutti”, annuncia Elena Carnevali del Pd. “Dobbiamo essere chiari: il Green pass è l’unica vera alternativa alle chiusure, ai lockdown, alle strade deserte che abbiamo già visto nei mesi scorsi e che non vogliamo più vedere. Non ci può essere nessuna ripartenza economica senza tutelare la salute”, dice Antonio Federico per i pentastellati. Uguale entusiasmo anche dalle parti di Forza Italia, Italia viva e Leu.

“Convivere con il Covid significa innanzitutto garantire la massima sicurezza ai cittadini, soprattutto ai più giovani”, ha dichiarato l’azzurra Valentina Aprea. “Ho sentito in quest’Aula risuonare la tesi che l’estensione del Green Pass sarebbe coercitiva, una misura da regime. Io credo che intorno a questa vicenda si sia fatta troppa cattiva propaganda, il Green Pass è una misura che aumenta la nostra libertà”, dichiara il capogruppo di Leu, Federico Fornaro.