Salvini show con i sindacati. Conte lo mette in riga. Scorrettezza istituzionale. La Manovra si fa a Palazzo Chigi. Sì dei 5S alla flat tax ma resta aperto il nodo coperture

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L’irritualità dell’incontro con le parti sociali sulla manovra, che si è tenuto al Viminale per volontà del ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, sta tutta nell’irritazione del premier. Giuseppe Conte, che aveva definito la convocazione del tavolo come una sgrammaticatura istituzionale, fa una premessa: “Che un leader di una forza politica voglia incontrare le parti sociali è cosa buona e giusta. Anche il ministro e vicepremier Luigi Di Maio potrebbe fare altrettanto”.

Poi con durezza avverte: “Se qualcuno pensa non solo di raccogliere le istanze delle parti sociali ma anche di anticipare dettagli di quella che ritiene debba essere la manovra entra sul terreno di scorrettezze istituzionali”. A poco sono servite le rassicurazioni di Salvini (“Non vogliamo sostituirci al premier. I tempi della manovra li detta lui”) anche perché il leader della Lega rilancia su un altro incontro da fare il 6-7 agosto. La manovra economica e i tempi per realizzarla – ribadisce il premier – vengono decisi a Palazzo Chigi, insieme col ministro dell’Economia e tutti i ministri interessati.

PATTI CHIARI. E come se non bastasse Conte fa sapere che da oltre due settimane sta sollecitando la Lega, senza successo, per avere i nomi dei delegati del partito di Salvini ai tavoli sulla manovra. A far discutere, poi, è la presenza dell’ex sottosegretario leghista Armando Siri. “Se si tratta di un vertice di partito, la presenza di Siri va bene. Se è un vertice di governo, non va bene”, dice il premier. Una presenza, che secondo i 5S, certifica che si è trattato di un incontro politico. Va giù duro Di Maio contro i sindacati: “Se vogliono trattare con un indagato per corruzione messo fuori dal governo, invece che con il governo stesso, lo prendiamo come un dato. E ci comportiamo di conseguenza”.

Piatto forte del vertice, che ha visto seduti attorno al tavole 43 sigle (da Cgil, Cisl e Uil a Confindustria, da Confartigianato all’Abi) e il gotha economico del Carroccio, è stata la flat tax. La Lega ha reso nota la sua proposta: un’aliquota unica al 15 per cento fino a 55 mila euro di reddito, con benefici per 20 milioni di famiglie e 40 milioni di contribuenti. Ma carte coperte ancora sulle coperture. Su cui promette Salvini abbiamo “le idee chiare”, salvo poi, nonostante il suo attivismo, rinviare al presidente del Consiglio: “Prima ne parliamo” tra noi. Il vicepremier rivendica che al tavolo se sono arrivate lamentele non hanno riguardato i dicasteri del Carroccio. Di Maio pare provocare l’alleato di governo: “Sulla flat tax non solo è sì, ma facciamola anche prima di settembre se il piano della Lega è già pronto. Basta che aiuti le famiglie normali e non si facciano scherzetti”.

I Cinque Stelle, in linea con il ministro dell’Economia, hanno sempre invocato la progressività. Auspicando un intervento che porterà nella legislatura a una flat tax a due aliquote, come indicato nel contratto di governo, ma partendo da una riduzione da 5 a 3 aliquote Irpef, con una no tax area e un coefficiente familiare per non penalizzare i ceti medi. Salvini che aveva parlato di mix tra flat tax e taglio al cuneo fiscale, chiesto da Di Maio, rilancia ma frena sul salario minimo: “Occorre prima – dice – ridurre la pressione fiscale e burocratica a chi i salari li paga”.