Venerdì 27 marzo, notte. Dei bombardieri americani sono già in volo verso la Sicilia quando qualcuno, a Roma, si accorge del problema. Il piano era stato comunicato con gli aerei già decollati: nessuna autorizzazione, nessuna consultazione. Il capo di Stato maggiore Luciano Portolano chiama il ministro della Difesa Guido Crosetto. Crosetto dice no: non atterrano a Sigonella.
La notizia, riportata dal Corriere della Sera, ha scosso gli ultimi giorni come un sasso in un catino. Per qualche ora Giorgia Meloni è sembrata Pedro Sánchez. Poi ha aperto bocca. “Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi.” Così Palazzo Chigi, nella stessa nota in cui spiegava di aver detto no ai bombardieri di Trump. Crosetto ha aggiunto che “le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato“. Abbiamo detto no, ma è come se avessimo detto sì. A Madrid, nel frattempo, Sánchez parlava al Congresso in tutt’altro modo.
Chi difende davvero la sovranità
La Spagna non ha solo negato agli americani le basi di Rota e Morón: ha chiuso il proprio spazio aereo a tutti i voli coinvolti nell’operazione Epic Fury, l’offensiva su Iran avviata il 28 febbraio da Usa e Israele. Il divieto vale per velivoli da combattimento e aerei cisterna, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi. La ministra della Difesa Margarita Robles: “Né le basi né lo spazio aereo spagnolo sono autorizzati per qualsiasi azione legata alla guerra in Iran”. Sánchez al Congresso aveva usato quattro parole: «No a questa guerra illegale». Roma ha scelto il frammento: un no circoscritto, tecnico, motivato dall’assenza di una richiesta formale. Meloni riferirà al Parlamento il 9 aprile.
Sánchez è il nemico politico di Meloni: socialista, sostenitore della causa palestinese, rivale di Vox, il gemello spagnolo di Fratelli d’Italia. Eppure è lui che pratica la sovranità che la destra italiana predica e non esercita. La Spagna ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024. Ha sostenuto la causa per genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia. A settembre 2025 Sánchez ha annunciato un embargo formale sulle armi, approvato dal Parlamento in ottobre, e il divieto di ingresso ai funzionari militari israeliani: «Una cosa è proteggere il proprio Paese, un’altra è bombardare ospedali e condannare alla fame bambini innocenti».
La fotocopia sbiadita
Il governo italiano ha bloccato nuove autorizzazioni all’export militare verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, ma le licenze esistenti hanno continuato a produrre spedizioni: circa 5,8 milioni di euro di armi nel 2024, secondo i dati Istat elaborati da Archivio Disarmo. Il sottosegretario Giorgio Silli ha ammesso in Commissione Esteri, nel maggio 2025, che armi erano andate a Israele anche dopo quella data. Nel 2024 l’Italia ha quintuplicato le importazioni di armamenti da Israele a quasi 155 milioni di euro. Madrid ha approvato un embargo totale. Roma ha prodotto comunicati.
Da Sigonella decolla con regolarità il drone Triton che precede i bombardamenti americani. Da Camp Darby, a Pisa, partono missili verso l’Iran. Sigonella è un gesto reale. Non è una posizione. Meloni non ha detto che quella guerra è illegale. Sánchez sì. Meloni non ha chiuso i cieli italiani. Sánchez sì. Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina. La Spagna sì, da quasi due anni. Il governo italiano, che trae la sua identità dalla sovranità nazionale, imita in ritardo e a metà un premier socialista che quella sovranità la esercita davvero, pagando il prezzo delle minacce commerciali di Trump.
“I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi.” È la frase più rivelatrice di questa settimana. Solidità con chi ti manda i caccia senza chiedere permesso, mentre nel Mediterraneo orientale continua una guerra che Washington combatte insieme a un governo il cui primo ministro è ricercato dalla Corte penale internazionale.
Quella solidità ha un nome. Si chiama sudditanza.