Sanità calabrese ricommissariata. Servizi e conti bocciati, altri tre anni sotto tutela. Protesta la Regione dichiarata pure zona rossa

di Raffaella Malito
Politica

Non c’è pace per la Calabria. Prima l’inclusione nell’elenco delle zone rosse (insieme a Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta), poi la scelta di ri-commissariarne per altri tre anni la sanità contenuta nel decreto approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Una scelta che nasce “in ragione della situazione emergenziale in corso e verificato il reiterato mancato raggiungimento del punteggio minimo previsto dalla griglia dei livelli essenziali di assistenza (Lea) in ambito sanitario e degli obiettivi economico-finanziari previsti nei programmi operativi”. Viene autorizzata per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023 la spesa fino a un massimo di 60 milioni di euro. Protestano i politici locali.

Promette scintille l’erede di Jole Santelli: “Ci batteremo, nessuno potrà fermare la lotta per la difesa del diritto di poterci curare nella nostra terra”, dichiara il presidente facente funzioni della Giunta, Nino Spirlì (nella foto), richiamando la lettera al premier in cui proprio la Santelli ribadiva la sua contrarietà al regime speciale per la sanità. “La Regione abbandoni la Conferenza Stato-Regioni”, invita il presidente del Consiglio regionale Domenico Tallini. Ma la Calabria che protesta è solo l’ennesima carne al fuoco che brucia sul fronte delle Regioni. Di fronte alla volontà dei governatori di non decidere in maniera autonoma il premier si è assunto la responsabilità delle scelte. E la via seguita è stata quella di scongiurare una chiusura generalizzata e di puntare su misure restrittive a seconda delle diverse aree a rischio.

Ma i governatori hanno protestato in maniera a dir poco ambivalente. Da una parte hanno chiesto “univoche misure nazionali” dall’altra si sono lamentati per essere stati esautorati “ponendo in capo al governo ogni scelta e decisione”. Non hanno voluto assumersi la responsabilità di decidere una serrata nel proprio territorio ma allo stesso tempo ritengono indispensabile limitare il potere discrezionale che il decreto lascia al ministro della Salute sulle regioni che devono entrare in lockdown. Chiedono un confronto aperto con il Cts per capire come si è arrivati alla scelta delle differenziazioni tra i territori e pretendono un contraddittorio per l’esame dei dati, decisivi per stabilire in quale fascia di rischio collocare un’area. Il decreto “garantisce il coinvolgimento” delle Regioni stesse, ha spiegato il governo.

Non solo i governatori partecipano alla cabina di regia sull’emergenza sanitaria ma nel Dpcm si precisa che il ministero della Salute emetterà le ordinanze di chiusura “sentiti” i presidenti delle Regioni. E anche sulla richiesta di ristori il governo assicura: le erogazioni saranno tempestive. Non si rassegna il governatore Attilio Fontana che il lockdown per la sua Lombardia proprio non lo vuole accettare. “Da nostre informazioni, l’ultima valutazione della cabina di monitoraggio del Cts con l’analisi dei 21 parametri risale a circa 10 giorni fa. Ciò è inaccettabile”. Il braccio di ferro prosegue e la pubblicazione della lista con le aree a rischio potrebbe inasprirlo.