Santori & Co scomparsi dai radar. L’epidemia inscatola le Sardine. Il movimento non ha senso se le piazze sono vuote. E col divieto di assembramenti è finito in quarantena

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Dopo lo tsunami che ci ha travolto riguardiamo con fanciullesca simpatia a fatti che sembrano ormai distanti anni luce quando invece se ne parlava ancora in prima pagina solo un mese fa. Un esempio è il movimento delle sardine. Chi si ricorda più di Mattia Santori, il suggestivo leader dai capelli champagne che arringava le folle nelle piazze? Già, il punto è proprio questo. Con il senno di poi tutta questa storia ittica lascia l’amaro in bocca, ma non solo dal punto di vista politico, che ora abbiamo altre cose ben più pregnanti di cui occuparci, a cominciare dal nome “sardine”.

C’ERA UNA VOLTA… Vi ricordate perché si erano chiamate così? Perché, in quei tempi che ora paiono geologici, la gente amava stringersi e condensarsi l’uno vicino all’altro, riducendo con teoremi di topologia algebrica al minimo lo spazio interpersonale. E quindi stavano tutti insieme, tutti sudati e sbuffanti stretti stretti a contatto di pelle proprio appunto come le sardine in una scatoletta di latta. Le scatolette erano le piazze gremite all’inverosimile, almeno nei primi tempi. Era l’emblema dell’accalcamento, la metafora provata della società dell’incontro, l’esempio materiale di come fossimo (allora) tutti (necessariamente) interconnessi e più stretti si era e più si era forti, perché appunto ci si ritrovava in tanti.

Fa veramente riflettere come in un solo mese un paradigma millenario, la socialità, sia stato totalmente rovesciato. Prima era l’emblema del mondo moderno ora è semplicemente un reato. Ma torniamo ai nostri pesciolini. Il loro nome, sardine, e le loro immagini di moltitudine sono ora il brand peggiore che potrebbe essere presentato pubblicamente. Solo la visione di migliaia di persone accalcate e appiccicate ci procura un senso di profonda angoscia collettiva, di un rito profano di una maledetta empietà. È come se una organizzazione pacifista avesse come simbolo rappresentativo una esplosione atomica. Insomma un vero ossimoro. In questi tempi di sospetti, di paure, di angosce, di irrazionalità, le sardine rappresentano nell’immaginario collettivo il simbolo stesso del pericolo e in meno di un mese lo abbiamo già tutti interiorizzato.

E poi, al di là del comunque potente immaginifico, le sardine sono scomparse, si sono dileguate, anzi si sono vaporizzate letteralmente. Sì, qualcuno ancora ha voglia di fare proclami e proclamucci ma la loro unica forza, la capacità aggregativa, si è trasformata in un pericoloso fardello. Le sardine non esistono più perché il virus le ha colpite proprio nell’unica cosa che le caratterizzava: l’assembramento. E, naturalmente sempre con quello strumento cinico che è il senno di poi, quei raduni oceanici nelle piazze dell’Emilia a dicembre non è che siano stati una buona mossa visto che sembra che il virus se ne andava comodamente a spasso in quella zona già allora.

Un sardinavirus. Certo, si tratta di un’analisi a posteriori, ma a volte l’etica ci è imposta oppure rafforzata da fattori esterni e l’ammassarsi non è stata mai comunque una buona idea, anche in tempi normali, perché allora avevamo quasi perso l’archetipo ancestrale della paura del contagio, dei tempi della peste perché l’umanità “che aveva conquistato lo spazio” non poteva fermarsi a quel passato che, nella forma della Storia, è sempre maestro di grandi insegnamenti.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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