Da oggi il mondo è un po’ più instabile. Con la scadenza del New START, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Federazione Russa cessa di produrre effetti giuridici. Per la prima volta dal 1972, Washington e Mosca restano senza un quadro vincolante che limiti numero, tipologia e trasparenza dei rispettivi arsenali strategici. È un fatto politico prima ancora che militare, perché riguarda l’87 per cento delle testate nucleari esistenti sul pianeta.
L’ultimo argine bilaterale
Firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev e prorogato nel 2021 per cinque anni, il New START fissava limiti precisi: 1.550 testate nucleari dispiegate, 700 vettori strategici operativi, 800 lanciatori complessivi. A questi tetti quantitativi si affiancava l’elemento più rilevante dell’accordo: un sistema strutturato di ispezioni in loco, notifiche obbligatorie e scambio di dati. Meccanismi pensati per ridurre l’opacità, limitare gli errori di calcolo e contenere il rischio di escalation accidentale. Con la scadenza del trattato, questi strumenti vengono meno.
La crisi del New START era in atto da tempo. Nel febbraio 2023, a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, Mosca aveva sospeso la propria partecipazione. Washington aveva congelato i canali negoziali, rifiutando ipotesi di rinnovo che escludessero altri attori strategici, a partire dalla Cina. Nel settembre 2025 Vladimir Putin si era detto disponibile a rispettare i limiti per un ulteriore anno, a condizione di una reciprocità statunitense. Gli Stati Uniti hanno scelto di non raccogliere la proposta.
Un vuoto giuridico che pesa sui numeri
Il vuoto che si apre ha una dimensione concreta. Secondo le stime della comunità scientifica internazionale, la Russia dispone di oltre 5.400 testate nucleari, gli Stati Uniti di poco più di 5.100. Nel 2024 Mosca ha speso circa 8 miliardi di dollari per le armi nucleari, Washington quasi 57 miliardi. Arsenali già ampiamente sufficienti a garantire la distruzione reciproca continuano a essere modernizzati, mentre scompare l’ultimo limite legale condiviso.
In questo contesto, il Bulletin of Atomic Scientists ha portato il Doomsday Clock a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe da quando l’orologio esiste. La decisione è motivata anche dal deterioramento del regime di controllo degli armamenti: senza ispezioni e senza dati condivisi, il margine di errore si restringe, il rischio sistemico aumenta.
L’allarme della società civile
Per Rete Italiana Pace e Disarmo, la scadenza del New START rappresenta «un momento di estrema gravità e responsabilità per la comunità internazionale». Nel documento diffuso alla vigilia della scadenza, la Rete sottolinea che la fine del trattato elimina l’ultimo strumento di controllo bilaterale tra le due principali potenze nucleari, aggravando un clima di sfiducia già compromesso. Senza trasparenza, verifiche e meccanismi di fiducia reciproca, avverte la Rete, cresce il rischio di escalation, incidenti e lanci accidentali.
Rete Pace e Disarmo insiste su una distinzione spesso assente dal dibattito pubblico: il controllo degli armamenti non equivale al disarmo. Il primo gestisce e bilancia arsenali esistenti; il secondo punta alla loro eliminazione. Eppure, in una fase di tensione globale permanente, viene lasciato cadere anche quel presidio minimo che serviva a contenere i rischi immediati.
L’Italia e il bivio politico
Secondo la Rete, la scadenza del New START dovrebbe diventare l’occasione per avviare negoziati seri e ambiziosi verso la denuclearizzazione, coinvolgendo progressivamente anche gli altri Stati dotati di armi nucleari. Nel frattempo, chiede che Stati Uniti e Russia si impegnino almeno a rispettare volontariamente le disposizioni del trattato su verifiche e notifiche, per preservare un minimo di fiducia e guadagnare tempo.
In questo scenario, l’Italia resta sullo sfondo. Paese alleato della Nato, coinvolto nel sistema di nuclear sharing, continua a dichiararsi impegnato per la pace e la sicurezza internazionale. La fine del New START pone anche una questione politica europea: accettare un mondo con meno regole e più armi, oppure lavorare per ricostruire un diritto internazionale del disarmo. Da oggi, quel bivio è meno teorico.